Alessandro Gajano, da Napoli a New York: una carriera nella finanza internazionale 

Alessandro Gajano, napoletano d’origine, è dirigente bancario con oltre quarant’anni di esperienza nel settore finanziario internazionale. Attualmente ricopre il ruolo di Tesoriere e Vice Direttore presso il Banco do Brasil a New York, dove opera dal 2006, occupandosi principalmente di gestione della tesoreria e delle attività finanziarie sui mercati globali. Nel corso della sua carriera ha lavorato in diverse istituzioni bancarie internazionali, tra cui Banco di Napoli e Norddeutsche Landesbank, sviluppando una competenza specifica nei mercati monetari e nella gestione del rischio. Formatosi negli Stati Uniti, ha conseguito una laurea in economia presso St. Peter’s University avviando parallelamente la sua carriera nel mondo finanziario.

Lei lavora da oltre quarantanni nel settore bancario internazionale: come è iniziato questo percorso e cosa lha portata da Napoli a New York?

Sono nato e cresciuto a Napoli, dove ho frequentato il liceo scientifico. Dopo il servizio militare, mio padre, che lavorava al Banco di Roma, fu trasferito negli Stati Uniti, a New York. Io lo raggiunsi nel 1978.

Ho iniziato l’università, ma dopo un semestre ho deciso di conciliare lavoro e studio. Non sapevo se sarei rimasto negli Stati Uniti o tornato in Italia, ma ero certo di voler fare esperienza. Ho iniziato così a lavorare durante il giorno e studiare la sera, fino alla laurea nel 1982. Quando mio padre tornò in Italia, mi consigliò di restare a New York perché qui c’erano più opportunità. Avevo già iniziato a lavorare nel settore finanziario e da lì è iniziato il mio percorso. Tuttavia continuo ad andare a Napoli due o tre volte l’anno: è una città che porto nel cuore. Oltre ad essere grande tifoso del Napoli.

C’è stato un momento preciso in cui ha capito che avrebbe costruito la sua carriera allestero?

Sì, in un certo senso. Stavo pensando di tornare in Italia e cercare lavoro lì, ma poi ho conosciuto mia moglie qui a New York. Avevo già perso mia madre e, nel frattempo, anche mio padre. A quel punto il legame che mi avrebbe riportato in Italia si era indebolito. Il lavoro andava bene, mi sono sposato e la decisione di restare è diventata definitiva tra il 1984 e il 1985.

Quali sono le principali sfide nel gestire attività finanziarie in un mercato complesso come quello americano?

Con gli anni ho capito che la cosa più importante è essere sempre preparati alla prossima crisi e avversità. L’esperienza ti insegna a rimanere calmo, a capire i mercati e soprattutto a gestire il rischio. I mercati reagiscono molto alla percezione: se sai interpretarla, puoi gestire meglio e approfittare delle volatilità che ne scaturiscono.

Quanto conta oggi la capacità di adattarsi a contesti internazionali così diversi tra loro?

È fondamentale. Con l’esperienza impari ad adattarti a qualsiasi situazione. Durante il Covid, per esempio, abbiamo dovuto imparare a gestire tutto da remoto. In altri momenti, come nelle crisi finanziarie, ho dovuto adattarmi a nuove condizioni di mercato, e cogliere l’opportunità. Adattarsi e saper individuare opportunità vanno sempre insieme.

Quanto è cambiato il settore bancario con le nuove tecnologie?

È cambiato moltissimo. In pochi mesi abbiamo visto un’accelerazione tecnologica che avrebbe richiesto anni. Oggi possiamo lavorare da remoto, cosa impensabile fino a poco tempo fa, soprattutto in un settore come il nostro che si basa su strumenti complessi di analitica, controllo e gestione. Ora si aggiunge anche l’intelligenza artificiale, che rappresenta una nuova sfida. Bisogna guardare avanti, adattarsi e allo stesso tempo mantenere un elemento fondamentale: le relazioni di business personali.

È stato difficile inserirsi nel mondo della finanza da italiano allestero?

Direi sì e no. Noi italiani, e in particolare i napoletani, abbiamo una marcia in più: creatività, capacità di adattamento, intuito. È importante anche avere un obiettivo chiaro. Il mio era lavorare in banche straniere negli Stati Uniti, e ho costruito il mio percorso in quella direzione.

Cosa significa lavorare da decenni in un contesto ad alta pressione come quello finanziario internazionale?

La pressione diminuisce con l’esperienza. All’inizio è più alta, perché devi imparare tutto. Ricordo la mia prima grande crisi nel 1987: lì la pressione era altissima. I tempi di reazione brevissimi. Con il tempo impari a capire e gestire meglio le situazioni, a mantenere la calma e a prendere decisioni con maggiore consapevolezza e lucidità.

Che consiglio darebbe a un giovane che oggi vorrebbe intraprendere una carriera nel settore bancario globale?

Prima di tutto, conoscere se stessi. Il settore finanziario è molto ampio: devi capire quale ruolo si adatta alla tua personalità: gestione del rischio, trading, analisi, wealth management, etc. Poi serve un obiettivo chiaro e un piano a breve, medio e lungo termine. Senza questi è difficile raggiungere obiettivi. Bisogna anche guardare al futuro, considerando l’impatto delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale. Infine, cogliere le opportunità e prendere rischi senza paura, specialmente da giovani: è importante  provarci sempre e non avere rimpianti.

Qual è oggi il suo prossimo obiettivo?

Sono quasi alla fine della mia carriera, quindi penso di aver raggiunto molti dei miei obiettivi professionali. Oggi ciò che conta di più per me è trasmettere la mia esperienza, le lezioni che ho imparato e i principi che tuttora seguo: dare consigli ai colleghi e insegnare agli studenti. Se sono riuscito a lasciare un segno o a cambiare in meglio il percorso di qualcuno, allora posso dire di aver raggiunto davvero i miei obiettivi.

L’articolo Alessandro Gajano, da Napoli a New York: una carriera nella finanza internazionale  proviene da IlNewyorkese.

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