Elena Ketra è a New York con due progetti che tengono insieme arte, corpo e linguaggio politico. Da una parte c’è Luchadoras, presentato nella collettiva Rebel a Brooklyn, dove l’immaginario della lucha libre messicana diventa un modo per parlare di autodifesa, violenza di genere ed emancipazione. Dall’altra c’è Sologamy, il lavoro sul matrimonio con sé stessi che in Italia ha acceso un dibattito pubblico più ampio, fino all’ingresso del termine “sologamia” tra i neologismi Treccani.
Artista multidisciplinare formata all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Ketra lavora da anni su empowerment femminile, inclusione e autodeterminazione, usando spesso oggetti pop, simboli e immagini apparentemente leggere per affrontare temi più duri. La sua residenza all’ISCP, l’International Studio & Curatorial Program, le permette ora di misurare questa ricerca con l’ambiente artistico di New York.
A New York sta portando due linee forti del suo lavoro: da una parte Luchadoras, dall’altra Sologamy. In che modo il contesto americano sta cambiando il modo in cui guarda a questi progetti?
New York ha un’energia amplificata, quasi spietata, una sorta di lente d’ingrandimento sui contrasti sociali. Portare qui Luchadoras e Sologamy mi sta permettendo di vederli sotto una luce completamente nuova, accelerata. Con Luchadoras, che nasce come un manifesto di forza, emancipazione e autodifesa contro la violenza di genere, il contesto americano offre un terreno veramente fertile ma anche complesso. Qui il dibattito sui diritti e sulle identità è accesissimo, profondamente radicato nel tessuto sociale. A New York la “lotta” non è solo concettuale, è quotidiana. Questo mi spinge a radicalizzare ancora di più il messaggio: la maschera della luchadora non serve a rivendicare il proprio diritto al riscatto, trasformandosi in un manifesto di lotta e di emancipazione più che mai. Con Sologamy, il progetto sul matrimonio con sé stessi, attraverso la piattaforma Sologamy.org, l’impatto qui è quasi paradossale. Da un lato, questa è la patria dell’individualismo esasperato, del self-made man, del “bastare a sé stessi”. Dall’altro, c’è una grande pressione sociale legata al successo relazionale e agli schemi tradizionali. Questa metropoli mi sta mostrando quanto il concetto di amor proprio sia oggi un atto di sopravvivenza emotiva, ma anche una performance sociale.
Nel progetto Luchadoras la lotta diventa un’immagine di autodifesa, ma anche un linguaggio collettivo. Quando un’opera smette di essere solo rappresentazione e diventa uno strumento pratico di consapevolezza?
Smette di essere solo rappresentazione nel momento esatto in cui esce dalla contemplazione passiva e richiede un’azione fisica, corporea. Per troppo tempo la narrazione sulla violenza di genere ha confinato le donne nel ruolo di vittime. Con Luchadoras, la maschera e il ring non sono metafore o show, ma strumenti da abitare. L’opera diventa pratica quando le donne attivano la propria agency, si riappropriano della propria forza e trasformano l’autodifesa da fatto privato a linguaggio collettivo. In quel momento, l’arte smette di documentare il reale e inizia a fornire gli strumenti per cambiarlo.
La sologamia è stata spesso raccontata dai media come una provocazione. Quanto le interessa davvero la provocazione, e quanto invece il lavoro più lento di spostare il modo in cui parliamo di relazioni, autonomia e desiderio?
Non lavoro per provocare, ma per smuovere i pensieri. È questo mio intento che, di riflesso, genera quella che i media chiamano provocazione: l’opera scuote perché invita a uno spostamento dei punti di vista, un ribaltamento radicale delle certezze. Ciò che mi sta a cuore è proprio quel lavoro sotterraneo e a lungo termine. Con Sologamy il mio intento è dare accesso a una nuova grammatica emotiva, svelando possibilità diverse di relazionarsi con sé stessi. Il matrimonio con sé stessi è un atto performativo che serve a ribaltare la piramide sociale dei valori: sposta il focus dall’approvazione esterna all’autodeterminazione. Il vero obiettivo è scardinare l’idea che una persona sia “incompleta” senza un partner e trasformare l’amor proprio da concetto astratto a posizione politica. Non è un inno all’isolamento, ma la base necessaria per qualsiasi relazione futura, libera dal bisogno e fondata sul desiderio.
Nei suoi lavori usa spesso oggetti pop, simboli immediati, immagini quasi giocose, ma per parlare di violenza di genere, autodeterminazione e stereotipi. È un modo per rendere più accessibili temi difficili o per disinnescare le difese del pubblico?
Entrambe le cose, ma la dimensione ludica e l’ironia non sono mai un fine, bensì un metodo. Utilizzo l’immaginario pop e i simboli immediati per accendere un corto circuito visivo ed emotivo: un’immagine familiare e apparentemente leggera attrae lo sguardo senza spaventare, permettendo di avvicinarsi a temi complessi o dolorosi senza filtri accademici o moralismi. Questo approccio serve a scavalcare le resistenze e i pregiudizi di chi guarda. Di fronte alla violenza o agli stereotipi di genere, la reazione spontanea è spesso il distacco o l’autoprotezione. Il gioco, invece, abbatte i muri, diverte e un attimo dopo invita a uno spostamento dello sguardo. Non uso questi codici per edulcorare la realtà, ma per dare accesso a una nuova consapevolezza. Una volta superata quella barriera iniziale, lo spettatore si ritrova immerso in una riflessione profonda e seria.
Dopo il dibattito pubblico nato intorno a Sologamy e il riconoscimento della parola “sologamia” come neologismo Treccani, ha avuto la sensazione che il progetto le sia in parte sfuggito di mano, diventando qualcosa di più grande dell’opera iniziale?
Non ho mai vissuto questa espansione come una perdita di controllo, ma come il compimento naturale dell’opera stessa. Quando l’arte esce dallo spazio d’élite della galleria e si radica nel linguaggio quotidiano, significa che ha intercettato un’esigenza collettiva reale. Proprio per questo, ho sentito il bisogno di scrivere un saggio, “L’arte di sposare se stessə” (exibart edizioni): volevo mappare l’intero processo, analizzando il fenomeno sociale e raccontando il mio percorso artistico dall’interno, per poterlo spiegare finalmente senza filtri o distorsioni mediatiche. L’ingresso del termine “sologamia” nella Treccani non è un dettaglio burocratico, è la fotografia di un cambiamento reale all’interno della società contemporanea, certifica che una necessità sociale e culturale ha trovato il suo nome. Quando un’idea prende vita attraverso le storie e le scelte delle persone, smette di essere la visione privata di un artista e diventa uno spazio di libertà condiviso.
New York è una città dove molte forme di attivismo sono già codificate, riconoscibili, a volte persino istituzionalizzate. Arrivando qui da artista italiana, ha sentito più libertà o più pressione nel confrontarsi con questi linguaggi?
Ho sentito soprattutto una grande libertà di radicalizzare il mio messaggio. Quando i codici dell’attivismo sono già così sdoganati, l’approccio è immediato. Non ti trovi in quella dinamica spiacevole in cui cercano di spingerti a dare una giustificazione del tuo lavoro o delle tue battaglie. La pressione riguarda la sfida di non farsi assorbire dal sistema. Il rischio di un attivismo così istituzionalizzato e codificato è che diventi una formula rassicurante. Arrivare qui con uno sguardo esterno mi permette di non dare nulla per scontato e di usare i linguaggi di questa città per aprire ulteriori spazi di libertà, mantenendo intatta la natura politica e indipendente della mia ricerca.
L’articolo Elena Ketra, tra sologamia e lotta femminile a New York proviene da IlNewyorkese.





