Marco Rebuffi: «Da Milano ad Atlanta, la mia JAS unisce due mondi»

Marco Rebuffi, Presidente e CEO di JAS (Jet Air Service),  è intervenuto ai microfoni de ilNewyorkese nel podcast Ritratti, raccontando una storia imprenditoriale che è anche una parabola umana. Una vicenda iniziata nella Milano degli anni Settanta e approdata, oggi, ai vertici di un’azienda globale con sede ad Atlanta, in Georgia. Rebuffi è il simbolo di un made in Italy che ha saputo espandersi senza snaturarsi, mantenendo salde le proprie radici e, allo stesso tempo, accettando la sfida dell’innovazione e della globalizzazione.

«La mia è la storia di una persona nata a Milano nel 1961, che ha cominciato a lavorare in Jazz nel 1979. A quel tempo ero ancora in high school, e da lì non l’ho più lasciata».

La sua carriera è iniziata come “ragazzino di bottega” quando JAS era una piccola realtà imprenditoriale: «Facevo customer service, poi da lì ho fatto molte altre cose. L’azienda è cresciuta, eravamo 25 persone, oggi siamo 8.500. E io sono cresciuto con l’azienda». Una crescita condivisa, frutto di determinazione e visione. Nel 1989 ha cominciato a viaggiare tra Italia e Stati Uniti, e nel 1994 è arrivato il trasferimento definitivo oltreoceano: «Avevo 33 anni, e mi sono trasferito con la famiglia. L’idea era di rientrare in Italia dopo cinque anni, ma quei cinque anni sono diventati trentuno».

Il momento di svolta è arrivato nel 2006, quando Rebuffi ha convinto la proprietà a spostare il cuore decisionale dell’azienda negli Stati Uniti. «Serviva un cambio di prospettiva. Proposi quindi di spostare il management negli USA. Il signor Bruni, che allora aveva 60 anni e oggi ne ha 80 – ed è ancora in ufficio tutti i giorni – approvò l’idea. Mi disse: “A questo punto è una tua idea, portala avanti tu”. Così sono diventato Global CEO, mentre ero già CEO della subsidiary americana, JAS USA. Questo dal 1 gennaio 2006».

Da allora, JAS ha accelerato la propria espansione: oggi è presente in 60 Paesi con oltre 300 uffici. Gli Stati Uniti sono il primo mercato, seguiti da Italia, Cina e Germania, ma ci sono altre sedi in forte crescita: «Brasile, Messico, Regno Unito, Olanda…e a seguire tutte le altre».

Al centro della visione di Rebuffi c’è il capitale umano. «Credo che siamo un perfetto punto d’incontro tra la cultura d’impresa americana e quella italiana». E sottolinea con forza: «Noi non siamo qui soltanto per il profitto. “People make the difference” per davvero». La cultura dell’impresa umanistica, che guarda al lungo periodo e non sacrifica le persone ai numeri del trimestre, è un valore non negoziabile: ««Noi non licenziamo quasi mai. Non sarebbe corretto dire che non lo facciamo mai: nel 2009, durante la crisi finanziaria, licenziammo 200 persone, con grandissimo rammarico. Ma tutte furono riassunte nel giro di sei mesi». La fiducia nella forza delle persone non è solo retorica, ma fondamento operativo: «Siamo un’azienda di servizi: compriamo e rivendiamo spazi su aerei e navi. Non operiamo mezzi nostri. Siamo, per capirci, quello che una travel agency è per un turista, ma per un pacco. Organizziamo il trasporto. In un business del genere, le persone fanno davvero la differenza. Con le persone giuste si va lontano».

Un altro pilastro è la reputazione, sia personale che aziendale. «La reputazione è tutto quello che una persona ha. Comportarsi bene, essere cittadini del mondo, rispettare la legge, essere presenti e disponibili con i collaboratori: tutto questo contribuisce a costruire la reputazione». JAS, oggi soggetto giuridico e fiscale americano, non ha mai avuto problemi di compliance: «Spendiamo molto in formazione su cosa fare e cosa non fare. Essere compliant è per noi una priorità. Il cliente resta con te, oppure arriva da te, proprio per la reputazione che ti sei costruito».

Sul fronte dell’innovazione e della sostenibilità, l’approccio è pragmatico ma ambizioso. «L’innovazione per noi significa cercare di automatizzare il più possibile il nostro lavoro, così da liberare il tempo delle persone e dedicarlo al cliente», spiega. «Le nuove generazioni vogliono fare tutto online, e dobbiamo prenderne atto. Io appartengo a una generazione che non è nata con questa mentalità, ma per fortuna lavorano con me persone più giovani che ci spingono nella direzione giusta».

Quanto alla sostenibilità, Rebuffi non nasconde le difficoltà: «Non operiamo mezzi nostri, quindi non siamo direttamente responsabili delle emissioni. Il problema è che la sostenibilità costa. Ci sono carburanti meno inquinanti, ma costano di più. I clienti dicono: “Sì, mi piace essere sostenibile, ma pagare di più no”. È una difficoltà quotidiana. In Europa, soprattutto nel Nord Europa, c’è una maggiore sensibilità. Negli Stati Uniti è diverso, e questo crea uno squilibrio. Abbiamo comunque un Sustainability Office qui ad Atlanta, con persone in tutto il mondo. Fa parte della nostra mission».

Nonostante i successi già raggiunti, Rebuffi ha ancora sogni da realizzare. «Vorremmo triplicare il valore dell’azienda entro il 2030». Ma il sogno più grande è garantire continuità a un’impresa costruita in oltre quattro decenni: «Uno dei figli del nostro azionista di maggioranza è già in azienda, nella C-Suite. Dovrebbe essere lui a prendere il mio posto quando deciderò di ritirarmi». Ma aggiunge subito: «Starmene a casa non mi interessa. Il mio sogno è vedere questa azienda restare indipendente, crescere ancora. Perché questa è la mia legacy».

E infine, l’Italia, che resta il punto di partenza e, in qualche modo, anche quello di arrivo: «Dopo tanti anni, da tre o quattro anni ho ricominciato a leggere solo libri in italiano», dice con un sorriso. «Sono nato in Italia, sono venuto qui a 33 anni, oggi ne ho 63. Ma morirò italiano. Questo è sicuro. Ho la doppia cittadinanza, ma io mi sento italiano al cento per cento. Punto». Una dichiarazione d’amore che chiude il cerchio di una vita vissuta tra due mondi, ma con un’unica, solida identità.

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