Da Venezia a Hollywood, Pietro Pinto porta i grandi maestri del cinema a confronto con le nuove generazioni

Una nuova stagione di masterclass porta gli studenti americani a confronto diretto con alcuni dei grandi protagonisti del cinema internazionale. Dietro il progetto c’è un regista e docente italiano che, partendo dalla Mostra del Cinema di Venezia, ha costruito negli Stati Uniti un percorso tra cinema, formazione e industria.

È Pietro Pinto, filmmaker e Film Chair del dipartimento di cinema della California State Summer School for the Arts (CSSSA), oltre che docente di regia e produzione alla San Francisco Film School. Il suo percorso professionale, iniziato in Italia e sviluppatosi negli Stati Uniti, lo ha portato a collaborare con importanti istituzioni cinematografiche come Academy, Golden Globe Foundation, American Cinematheque, Sony Studios e California Film Commission, con l’obiettivo di creare nuove opportunità di formazione e di confronto tra gli studenti e i professionisti dell’industria.

Il nuovo ciclo di incontri prende il via il 10 ottobre con Paul Schrader, uno dei nomi più influenti del cinema americano. Sceneggiatore di capolavori come Taxi Driver e Toro scatenato, regista di American Gigolo e Leone d’Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2022, Schrader ha contribuito a ridefinire il linguaggio cinematografico contemporaneo.

Un’occasione per entrare nel processo creativo di un grande autore, ma anche per interrogarsi sul futuro della settima arte in una fase di profonda trasformazione per Hollywood. Tra streaming, intelligenza artificiale e nuovi modelli produttivi, sta cambiando infatti anche il modo di formare le prossime generazioni di registi, sceneggiatori e produttori.

Ne abbiamo parlato con Pietro Pinto, ripercorrendo la sua esperienza tra Italia e Stati Uniti e il progetto con cui porta i grandi protagonisti del cinema internazionale a diretto contatto con i talenti di domani.

Pietro, partiamo dalla novità: il 10 ottobre inauguri un nuovo ciclo di masterclass con Paul Schrader. Come nasce il progetto e quale sarà il filo conduttore degli incontri?

Il progetto nasce nel 2020, durante il Covid. Mentre il mio film di tesi alla SFSU School of Cinema veniva selezionato alla Settimana della Critica del Festival di Venezia, il mondo si fermava. Ho pensato che quella paralisi potesse diventare, paradossalmente, un’opportunità. Ho creato CINÈ, una original masterclass series che portasse filmmaker premiati con l’Oscar direttamente a confronto con i giovani filmmaker californiani. Negli anni il progetto è cresciuto fino a coinvolgere alcuni dei nomi più importanti del cinema internazionale, come Cuarón e Kassovitz, e alcune delle migliori scuole di cinema della California, tra cui CalArts, USC e UCLA, creando un ponte concreto tra formazione e industria. Il filo conduttore è l’autorialità. Il mio programma di cinema alla CSSSA riceve migliaia di candidature e seleziona solo 55 studenti, seguiti da un corpo docente di 15 persone. Voglio portare a questi ragazzi grandi autori con uno sguardo unico e personale che, attraverso i loro film, oltre a cambiare il linguaggio del cinema, hanno cambiato profondamente il nostro modo di guardare le cose. A CSSSA formiamo i grandi filmmaker di domani attraverso l’incontro diretto con i grandi autori di oggi.

Schrader ha firmato sceneggiature che hanno fatto la storia del cinema, da Taxi Driver a Toro scatenato. Che cosa significa per un giovane aspirante regista o sceneggiatore confrontarsi direttamente con un autore di questo calibro? E come si svolgerà la masterclass?

Confrontarsi con Paul Schrader significa entrare non soltanto nel suo cinema, ma nel suo modo di pensare. È esattamente ciò che cerco di creare attraverso queste masterclass. Le mie masterclass sono casual conversations, non lezioni frontali. Parto dalla storia personale dell’ospite, da quando ha incontrato il cinema e ha capito di volerlo fare, per poi entrare nel processo creativo, nelle scelte e nei momenti decisivi della sua carriera e della sua vita. Alla fine lascio completamente spazio agli studenti. Voglio che possano parlare direttamente con una persona che ha fatto ciò che loro sognano di fare. Nel caso di Schrader questo confronto è ancora più potente. Parliamo dello sceneggiatore di Taxi Driver, un film che ha trasformato la crisi di un uomo in una critica radicale dell’alienazione nella società capitalistica e in una delle più profonde riflessioni sull’esistenza nel mondo moderno. Voglio che gli studenti trovino, a loro modo, la stessa urgenza che ha spinto Paul a scrivere Taxi Driver. Che possano rendersi conto che Paul, esattamente come loro, è un artista con la necessità di esprimersi e di raccontare qualcosa che sente profondamente. Nessuno potrà mai ricreare Taxi Driver. Ma i miei studenti possono avere la stessa urgenza di raccontare e, un giorno, lo stesso impatto sulla storia del cinema.

Quali altri protagonisti del cinema internazionale saranno coinvolti nei prossimi appuntamenti? E come avviene la selezione degli ospiti?

Non posso ancora rivelare i prossimi ospiti per motivi di privacy delle scuole e delle istituzioni con cui lavoro, ma negli anni la lineup ha incluso nomi come Alfonso Cuarón, Mathieu Kassovitz, Roman Coppola, Natasha Braier, Colleen Atwood, Lol Crawley, Ava Cahen, Angela Russo, Ernest Dickerson, Edward Zwick, Daniel Scheinert, Nisha Pujah, Christian Petzold, Eric Heisserer, Isabel Sandoval e molti altri professionisti di primo piano. La selezione nasce dal desiderio di offrire agli studenti una fotografia il più possibile completa del cinema contemporaneo. Non mi interessa portare soltanto grandi registi, ma tutte le professionalità che contribuiscono alla nascita di un film. Accanto a Cuarón e Kassovitz, la lineup include Natasha Braier, direttrice della fotografia di The Neon Demon e I Love Boosters, Colleen Atwood, quattro volte premio Oscar, e Ava Cahen, direttrice della Semaine de la Critique, che ha lanciato autori come Charlotte Wells con Aftersun ed è, per me, una figura fondamentale nella scoperta dei nuovi talenti e dei nuovi linguaggi cinematografici. Uno degli obiettivi fondamentali della mia masterclass series è proprio rappresentare questa diversità di voci: accanto a un autore come Paul Schrader, per esempio, portare agli studenti una regista come Isabel Sandoval, prima regista transgender filippina a partecipare al Festival di Venezia. Il prossimo appuntamento, il 10 novembre, sarà con il giovane compositore Max Aruj, autore delle musiche dell’ultimo Mission: Impossible – The Final Reckoning e della nuova serie Netflix Man on Fire. E sono in conversazione da tempo anche con Gael García Bernal per una grande acting masterclass, che spero di poter annunciare prestissimo, insieme a molti altri.

Facciamo un passo indietro. Il tuo percorso professionale è iniziato in Italia e ti ha portato dalla Mostra del Cinema di Venezia alla direzione del dipartimento di cinema della CSSSA, in California. Come sei arrivato negli Stati Uniti e quali sono state le tappe più importanti?

Il mio percorso è stato tutt’altro che lineare. A un certo punto ho rifiutato una scholarship alla USC per andare a studiare cinema a Cuba, all’Escuela Internacional de Cine y Televisión. Poi sono ripartito per San Francisco, dove ho realizzato un cortometraggio indipendente, Rosita, presentato a Venezia nella sezione I Love GAI – Giovani Autori Italiani. Quel film fu visto dal Dean della SFSU School of Cinema, che mi invitò a insegnare cinema e contemporaneamente a conseguire un MFA. Il mio film di tesi, Adam, fu poi selezionato alla Semaine de la Critique di Venezia. Nel frattempo avevo iniziato a insegnare regia e produzione e, durante il Covid, avevo creato la mia masterclass series, oltre a sviluppare progetti educativi di cinema con i quali ho portato gruppi di oltre 40 studenti in Italia per realizzare cortometraggi, amministrando un budget superiore ai due milioni di dollari. Il progetto è poi cresciuto fino a portarmi alla CSSSA come Film Chair, dove ho avuto la possibilità di sviluppare il mio programma con un focus sul cinema d’autore e sulla creazione di opportunità concrete per alcuni dei giovani filmmaker più talentuosi della California, costruendo importanti partnership dirette con istituzioni come l’Academy, la Golden Globe Foundation, l’American Cinematheque, la California Film Commission e Sony Studios. Parallelamente, non ho mai smesso di fare cinema. Ho sviluppato I Killed Maradona, il mio primo lungometraggio, sostenuto da Creative Europe MEDIA, Ministero della Cultura e Apulia Film Commission, che entrerà in produzione il prossimo anno.

Oggi insegni cinema negli Stati Uniti e lavori a stretto contatto con i giovani talenti. Quali sono le principali differenze tra il sistema formativo americano e quello italiano?

Credo che la differenza principale sia culturale. L’America ha una mentalità profondamente orientata all’iniziativa, al rischio e alla capacità di creare opportunità. Quando sono stato scelto come Film Chair alla CSSSA, il mio Dean mi ha dato carta bianca con un obiettivo molto preciso: creare un vero inserimento degli studenti nel mondo professionale. Da lì ho costruito opportunità che andassero oltre la formazione tradizionale: masterclass con grandi professionisti del cinema mondiale, collaborazioni con gli studios, visite sui set e programmi internazionali. Pochi mesi fa, per esempio, ho portato tutta la mia classe sul set di David Robert Mitchell grazie a una collaborazione con NEON e la California Film Commission. È questo l’aspetto che credo l’Italia potrebbe rafforzare: non limitarsi a formare gli studenti, ma creare per loro un accesso concreto all’industria. Alla fine, molte delle cose che ho costruito in America nascono da una semplice idea: aim for success. Un mindset che, troppo spesso, in Italia manca.

Hollywood sta attraversando una fase di grandi cambiamenti. L’intelligenza artificiale sta entrando nei processi creativi e produttivi, mentre lo streaming ha già trasformato profondamente l’industria. Come si prepara oggi uno studente a lavorare in un settore che cambia così rapidamente?

Credo che siamo davanti a una trasformazione paragonabile al passaggio dal muto al sonoro o dall’analogico al digitale. Proprio due giorni fa uno dei grandi studios di Hollywood mi ha contattato perché è alla ricerca di una figura capace di sviluppare produzioni full AI-generated, consapevole sia delle opportunità della tecnologia sia dei suoi limiti. La domanda centrale, però, rimane: l’AI può davvero creare emotional engagement? Non credo che la risposta sia avere paura dell’AI o cercare semplicemente di diventare esperti della tecnologia del momento. Bisogna imparare a essere flessibili, fare pivot e continuare a reinventarsi. Per questo insisto moltissimo sull’unicità dei miei studenti. Tra migliaia di application ne vengono selezionati solo cinquantacinque. Non perché siano “i migliori”, ma per i loro tratti profondamente unici. Una volta che sei un autore, hai una prospettiva personale: non importa se i tuoi film verranno realizzati con l’AI o in formato analogico. Il futuro appartiene a chi saprà imparare a usare le nuove tecnologie senza perdere la propria voce. Quello che cerco sono i registi di domani, persone capaci di avere una visione, anche se ancora acerba. Tutto il resto lo affineranno nella mia scuola.

Le nuove tecnologie hanno reso la produzione cinematografica più accessibile, ma allo stesso tempo il mercato è sempre più competitivo. Che cosa fa davvero la differenza per chi vuole emergere?

La prima cosa che cerco è uno sguardo personale. In un’industria nella quale oggi tutti hanno accesso agli stessi strumenti, la tecnologia non è più sufficiente a distinguerti. Quello che fa la differenza è ciò che hai da dire e il modo in cui scegli di dirlo. Per questo cerco persone con uno sguardo fuori dal normale e cerco di creare le condizioni perché possano svilupparlo e portarlo nel mondo. Il mio lavoro non è semplicemente insegnare loro a fare un film. È aiutarli a capire quale filmmaker vogliono diventare e, allo stesso tempo, metterli nelle condizioni di incontrare le persone e le opportunità che possono aiutarli a realizzarlo. È questo il senso delle mie masterclass. È anche per questo che continuo a insegnare mentre faccio cinema: perché non voglio mai smettere di essere uno studente della vita.

Infine, da italiano che è riuscito a costruire una carriera nel mondo del cinema americano, quale consiglio daresti ai giovani connazionali che sognano di arrivare a Hollywood?

Il mio consiglio è semplice: se volete davvero farlo, venite a Los Angeles. Il percorso sarà difficile e ci saranno inevitabilmente dubbi, fallimenti e momenti in cui vi chiederete se ne valga la pena. Ma c’è un motivo se gran parte dell’industria cinematografica mondiale continua a passare da qui. Los Angeles è un luogo nel quale esiste ancora una cultura profondamente legata al rischio, all’iniziativa e alla possibilità di costruire qualcosa dal nulla. È la stessa mentalità che ha permesso a me, partendo dall’Italia, di costruire il mio percorso qui. Ma venire a Los Angeles non significa lasciare l’Italia alle spalle. Io continuo a fare cinema in Italia, a sviluppare i miei film e a costruire ponti tra i due mondi. Alla fine è proprio questo che mi interessa: usare quello che ho imparato in America per continuare a costruire cinema anche in Italia. Perché a Los Angeles, davvero, tutto è possibile.

L’articolo Da Venezia a Hollywood, Pietro Pinto porta i grandi maestri del cinema a confronto con le nuove generazioni proviene da IlNewyorkese.

Torna in alto