La legge elettorale potrebbe cancellare la rappresentanza del Nord America in Parlamento

La riforma della legge elettorale in discussione alla Camera potrebbe presto cambiare il modo in cui vengono eletti i parlamentari italiani all’estero. È quanto emerge da alcune indiscrezioni circolate negli ultimi giorni: il numero resterebbe quello fissato dalla costituzione nonostante il taglio dei parlamentari: otto deputati e quattro senatori, ma secondo le ricostruzioni, la maggioranza starebbe valutando un emendamento per cancellare le attuali quattro ripartizioni della circoscrizione Estero, sostituendole con un collegio unico mondiale al Senato e due soli collegi alla Camera: Europa ed Extra-Europa. La discussione in Aula dovrebbe riprendere il 14 luglio, con tempi contingentati e votazioni sugli emendamenti.

Oggi il voto degli italiani all’estero è regolato dalla legge 459 del 2001, che divide la circoscrizione Estero in quattro ripartizioni: Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, e Africa, Asia, Oceania e Antartide. La stessa legge prevede che in ciascuna ripartizione sia eletto almeno un deputato e un senatore, mentre gli altri seggi vengono distribuiti in proporzione al numero dei cittadini italiani residenti nelle diverse aree. Questo serve a evitare che le comunità più grandi assorbano tutta la rappresentanza disponibile. Con l’attuale sistema, al Nord America oggi spettano due deputati e un senatore.

Il testo uscito dalla Commissione Affari costituzionali non conteneva una modifica di questo tipo e quelle sul voto estero riguardavano esclusivamente le modalità di voto, per rendere più sicuro quello via posta. Le ricostruzioni pubblicate dopo il via libera in Commissione segnalavano però che le circoscrizioni Estero rientravano tra i temi che la maggioranza avrebbe potuto riprendere direttamente in Aula: in Commissione, infatti, la legge è stata licenziata dopo la sola discussione di meno del 50% degli emendamenti presentati attraverso il cosiddetto procedimento della “tagliola”, uno strumento usato molto raramente e che ha eliminato la possibilità di discutere la maggioranza degli emendamenti presentati. In ogni caso, nei lavori di Commissione nessun emendamento sulle ripartizioni per il voto all’estero è stato presentato, ma ora si parla di un ‘blitz’ della maggioranza sui collegi estero, con un emendamento che sarà presentato direttamente per la discussione in Aula senza passare dalla Commissione. 

Ma come funzionerebbe l’eventuale riorganizzazione delle ripartizioni? Al Senato, l’ipotesi più rilevante sarebbe la creazione di un unico collegio mondiale per eleggere tutti e quattro i senatori della circoscrizione Estero. Vista da lontano potrebbe sembrare una soluzione più proporzionale: tutti gli elettori all’estero nello stesso bacino, tutti i candidati nella stessa competizione. Ma il voto di preferenza cambierebbe subito il peso delle diverse comunità. Secondo i dati pubblicati a gennaio 2026 sulla base del decreto del Ministero dell’Interno, in Europa risiedono 3.523.854 cittadini italiani iscritti negli elenchi elettorali all’estero, più della metà del totale. Per paragone, in America settentrionale e centrale sono 578.615, in Africa, Asia, Oceania e Antartide 338.290. In un collegio unico, i candidati europei partirebbero quindi con un bacino elettorale molto più grande degli altri e nei fatti sarebbero eletti solo europei. Si minerebbe inoltre il rapporto eletto-elettorato, perché nessun eletto potrebbe ragionevolmente tenere i rapporti con tutte le comunità italiane nel mondo, in potenziale violazione del principio costituzionale della rappresentanza. Le ragioni di questa modifica sarebbero nel fatto che con la nuova distribuzione con un collegio unico mondiale Fratelli d’Italia guadagnerebbe un senatore in più.

Alla Camera, l’ipotesi sarebbe diversa ma produrrebbe un effetto simile. L’Europa resterebbe da sola, mentre tutti i paesi fuori dall’Europa finirebbero in un unico collegio Extra-Europa. In quel collegio, però, il Sud America avrebbe un peso incomparabile rispetto alle altre aree: 2.189.525 cittadini italiani residenti, contro i 578.615 dell’America settentrionale e centrale e i 338.290 dell’area Africa, Asia, Oceania e Antartide. Insomma, un candidato degli Stati Uniti o del Canada potrebbe comunque presentarsi ma, con un bacino sudamericano molto più ampio, diventerebbe molto difficile competere alla pari con un candidato di quella ripartizione.

La differenza si vede guardando l’attuale composizione degli eletti all’estero. Nella legislatura in corso l’America settentrionale e centrale ha due deputati, Andrea Di Giuseppe, in quota Fratelli D’Italia, e Christian Di Sanzo in quota PD, e una senatrice, Francesca La Marca, sempre quota PD. L’area Africa, Asia, Oceania e Antartide ha un deputato, Nicola Carè del PD, e un senatore, Francesco Giacobbe, anch’egli del PD. Con ripartizioni più grandi, queste comunità non sparirebbero dall’elenco degli elettori, ma non riuscirebbero a eleggere nessuno, perdendo di fatto ogni rappresentanza in Parlamento a vantaggio delle comunità sudamericane.

Inoltre, come fa notare l’Huffington Post in un articolo di Alfonso Raimo pubblicato l’8 luglio, in Sud America i partiti locali come MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero) e USEI (Unione Sudamericana Emigrati Italiani), che di solito si alleano col centrodestra, hanno molto seguito e questo permetterebbe all’attuale maggioranza di avvantaggiarsi nella corsa ai seggi esteri a scapito dell’attuale ripartizione, che vede invece il PD in vantaggio sui numeri.

Va anche detto, per onore di cronaca, che un collegio Extra-Europa dominato nei numeri dal Sud America potrebbe favorire le liste e le reti elettorali più radicate in quell’area, compreso appunto l’USEI, il movimento con cui era stato eletto Adriano Cario, poi decaduto dal Senato nel 2021 dopo la contestazione della sua elezione nella ripartizione America meridionale per brogli elettorali, unico caso nella storia della Repubblica.

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