Il 1° aprile 1976 nasceva Apple, una piccola società fondata in California con un capitale iniziale di circa 1.300 dollari. A metterli insieme furono Steve Jobs e Steve Wozniak, vendendo rispettivamente un furgone Volkswagen e una calcolatrice Hewlett-Packard. Cinquant’anni dopo, l’azienda vale circa 3.600 miliardi di dollari, una cifra che supera di molto il prodotto interno lordo di diversi Paesi europei, tra cui l’Italia. E questo spiga molto bene la traiettoria industriale e culturale della società.
La nascita formale dell’azienda coincide con un contratto di poche pagine firmato dai fondatori per avviare la commercializzazione dell’Apple I, il primo prodotto. Si trattava di una scheda madre assemblata a mano, venduta senza monitor, tastiera o alimentatore, e neanche il case, ovvero l’involucro che oggi circonda praticamente tutti i computer. Era solo un circuito, insomma, e fu prodotto in circa 200 esemplari e venduto a 666,66 dollari: era una cifra facile da ricordare e soddisfaceva l’amore di Wozniak verso i numeri ripetuti; alla fine divenne anche una scelta iconica nella storia dell’azienda.
Erano anni diversi per il mercato dell’elettronica, ancora una nicchia per pochi appassionati in un momento in cui il personal computer era ancora un oggetto sperimentale. Ecco perché l’Apple I aveva senso: era venduto a chi sapeva già mettere mani sull’elettronica ed il target a cui si rivolgeva Apple era composto da hobbysti, ingegneri o membri dei club informatici che spopolavano in America in quegli anni e che condividevano la passione per questo settore ancora nascente. Tutto sommato, comunque, un mercato molto ristretto, quasi microscopico, soprattutto se paragonato alla grandezza della Apple di oggi.
Accanto ai due fondatori più noti, nella fase iniziale fu coinvolto anche Ronald Wayne, un tecnico con maggiore esperienza, che lavorava con Jobs in Atari, azienda statunitense produttrice di videogiochi e console. Wayne contribuì alla stesura del primo accordo societario, scrisse il manuale dell’Apple I e progettò il primo logo dell’azienda: non tutti sanno, infatti, che la Apple non ha sempre avuto la famosa mela come logo, ma che quest’ultima è frutto di un’evoluzione e nasce da una prima illustrazione raffigurante Isaac Newton seduto sotto un albero con una mela in testa.
Il primo logo illustrato di Apple
Era una scena molto più complessa, soprattutto se comparata al minimalismo del logo e dell’estetica che fa da matrice all’azienda oggi. All’illustrazione si accompagnava anche una citazione di William Wordsworth, poeta inglese tra i principali fondatori del Romanticismo, che citava “Newton… una mente che viaggia per sempre attraverso strani mari del pensiero”. Era un modo per paragonarsi ad un grande luminare, legando Apple al momento “eureka” che ha spesso fatto la storia dell’avanzamento tecnologico umano. Ed era un’idea di Wayne, che tra i tre era il più adulto – aveva 41 anni contro i 20-25 di Jobs e Wozniak -, era quello con più esperienza aziendale ed anche quello che voleva dare una forma più “seria” al progetto. E il logo lo rifletteva, nella sua complessità colta, quasi accademica.
Il ruolo di Wayne fu però molto breve. Dopo pochi giorni, preoccupato per i rischi finanziari legati all’attività – in particolare per la responsabilità personale sui debiti – decise di uscire dalla società. Cedette la sua quota del 10% per 800 dollari, ai quali si aggiunsero successivamente altri 1.500 dollari. Se avesse mantenuto la partecipazione, oggi il valore teorico di quella quota supererebbe i 300 miliardi di dollari, una cifra paragonabile al Pil del Portogallo. La decisione di Wayne è spesso citata come uno dei casi più evidenti di mancato guadagno nella storia dell’imprenditoria tecnologica. Tuttavia lo stesso Wayne ha più volte dichiarato di non avere rimpianti, spiegando che la scelta era coerente con la sua situazione personale e con il timore concreto di essere chiamato a rispondere dei debiti dell’azienda.
Del resto, nei primi mesi di attività la sostenibilità economica della società non era cosa certa. Un primo ordine significativo arrivò dal Byte Shop di Mountain View, uno dei primi negozi specializzati in computer. Jobs accettò di fornire 50 unità di Apple I, impegnandosi a reperire i componenti attraverso credito e prestiti. L’operazione comportava un rischio elevato: il margine era ridotto e i tempi di pagamento incerti.
La differenza tra i due fondatori principali era già evidente in questa fase. Jobs si occupava della visione commerciale e della costruzione del mercato, mentre Wozniak era responsabile della progettazione tecnica. Questo modello di divisione dei ruoli – tra prodotto e distribuzione – sarebbe rimasto centrale nello sviluppo successivo dell’azienda. Prima di Apple, Jobs e Wozniak avevano già collaborato alla realizzazione delle cosiddette “blue box”, dispositivi in grado di manipolare i segnali delle linee telefoniche per effettuare chiamate gratuite. Ne vendettero più di 200 a circa 150 dollari l’una. L’esperienza, pur illegale, rappresentò un primo test di capacità imprenditoriale: progettazione, produzione e vendita diretta.
Nel 1977, con l’introduzione dell’Apple II, l’azienda entrò in una fase di crescita: il computer non era più una scheda madre e basta, ma era dotato di tastiera integrata, grafica a colori e un design più accessibile rispetto ai concorrenti. Fu uno dei primi personal computer a raggiungere un pubblico più ampio, con milioni di unità vendute nel corso degli anni successivi. L’Apple II non era particolarmente potente, ma era il primo computer già “montato e finito”, e questo spostò il target dai pochi appassionati di elettronica alle famiglie, le scuole, i piccoli uffici. E poi c’erano i software. Apple II introdusse, nel 1979, VisiCalc: il primo foglio di calcolo – un antenato dell’oggi più famoso Excel di Windows. Le persone compravano l’Apple II praticamente solo per usare VisiCalc.
Negli anni Ottanta Apple consolidò la propria presenza nel mercato dei personal computer, ma fu nel 1984 che introdusse uno dei prodotti più influenti della sua storia: il Macintosh. Il lancio fu accompagnato da uno spot diretto da Ridley Scott e trasmesso durante il Super Bowl, visto da oltre 90 milioni di spettatori negli Stati Uniti. Lo spot di Scott è uno dei più citati e celebrati al mondo, e metteva in relazione il Macintosh lanciato nel 1984 con il più famoso 1984 di Orwell, sottintendendo una “ribellione” all’oppressione della società attraverso l’acquisto del Macintosh.
Era anche una velata frecciatina ad IBM, che negli anni ’80 era l’azienda leader nel settore dell’informatica e che nel 1981 lanciò l’IBM PC, che definì lo standard del personal computer. Apple giocò proprio su questo, sul rifiutare la standardizzazione di IBM, qui disegnata come il “Grande Fratello” di Orwell. Un modo per dire: non diventate tutti uguali, che è poi un concetto molto battuto nella retorica e nel marketing di Apple in riferimento ai propri prodotti. Allo stesso tempo, il Macintosh introduceva un’interfaccia grafica accompagnata dall’uso del mouse (che non era uno strumento diffuso fino ad allora) e contribuì a rendere l’informatica più accessibile e innovativa.
Non tutto, comunque, girò sempre bene ad Apple. Negli anni Novanta, sulla scia del Macintosh, l’azienda inizia a vedere i primi intoppi: Macintosh non vende benissimo, ma abbastanza per dominare il settore del desktop publishing e rimanere rilevante. Nel 1983, intanto, si era dotata di un CEO, John Sculley, a cui demandare parte delle attività, scelto da Jobs stesso e prelevato dalla Pepsi. Ma le cose tra i due non vanno benissimo, sopratuttto a livello caratteriale, e nel 1985 Jobs viene allontanato dalla Apple.
Da lì in poi l’azienda attraversò una fase di crisi culminata nel 1997, quando era vicina al fallimento, con perdite annuali superiori al miliardo di dollari e una quota di mercato in calo. Furono anni di confusione totale in Apple, dominati da una linea dei prodotti particolarmente caotica: Performa, Quadra, Centris, Power Macintosh, tutti prodotti lanciati in quegli anni e spesso molto poco diversi gli uni dagli altri, il che creava delle sovrapposizioni di mercato pericolose. Insomma, non era chiaro cosa comprare, e questo mentre la concorrenza, Microsoft, inizia a prendere quote di mercato grazie a Windows e diventare lo standard. Negli anni ’90 la quota di mercato di Apple era scesa sotto il 5%.
Nel 1997, però, Apple decide di comprare NeXT, la nuova azienda di Jobs che, nel frattempo, stava lavorando ad un nuovo sistema operativo, qualcosa che Apple stessa aveva bisogno di integrare nei propri sistemi. Con l’acquisizione Jobs rientra in azienda, all’inizio solo come consulente, ma in poco tempo Sculley viene rimosso dal board e Jobs diventa un CEO ad interim. Il ritorno di Jobs alla guida dell’azienda segna un momento drastico: licenziamenti, l’eliminazione del 70% dei prodotti e la chiusura di diversi progetti. E poi la svolta al minimalismo. I prodotti diventano solo quattro: un desktop “consumer, un desktop “pro”, un portatile “consumer” e un portatile “pro”. Il resto, via.
Nel 1998 Apple lanciò l’iMac, caratterizzato da design trasparente e colori vivaci. Il prodotto vendette circa 800.000 unità nei primi cinque mesi, contribuendo al ritorno alla redditività. Negli anni successivi, Apple ampliò la propria offerta entrando in nuovi mercati. Nel 2001 l’azienda presentò l’iPod, un lettore musicale digitale che avrebbe venduto oltre 400 milioni di unità nel tempo, ridefinendo l’industria musicale insieme al negozio digitale iTunes: “1.000 canzoni in tasca” era il motto. Nel 2007 arrivò l’iPhone, che nel 2025 ha superato i 2,3 miliardi di unità vendute complessivamente, diventando il prodotto più rilevante per i ricavi aziendali.
Negli anni successivi Apple ha costruito un ecosistema integrato di dispositivi e servizi, includendo iPad, Apple Watch e piattaforme digitali come Apple Music e iCloud. Questa strategia ha permesso all’azienda di diversificare le entrate, riducendo la dipendenza da un singolo prodotto e aumentando la fidelizzazione degli utenti. Nel corso di cinquant’anni, Apple ha influenzato diversi settori, dall’informatica alla musica digitale, fino alla telefonia e ai servizi. Secondo l’attuale amministratore delegato Tim Cook, una delle lezioni principali della storia aziendale riguarda la capacità di trasformare tecnologie complesse in prodotti accessibili. Un processo che continua a essere centrale nella strategia dell’azienda ancora oggi, con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei servizi digitali.
L’articolo Apple compie cinquant’anni, ripercorriamone la storia proviene da IlNewyorkese.





