Dolly Parton era un pezzo d’America

Dolly Parton è morta martedì 25 agosto a Nashville, in Tennessee, dove era ricoverata al Vanderbilt-Ingram Cancer Center. Aveva 80 anni. La morte è stata annunciata dal nipote Bryan Seaver, che per molti anni era stato anche il responsabile della sua sicurezza. Poco dopo i suoi rappresentanti hanno detto che Parton aveva avuto una «breve battaglia contro il cancro», senza specificare di quale tipo. Da circa un anno aveva ridotto gli impegni pubblici per alcuni problemi di salute e nel 2025 aveva perso il marito Carl Dean, con cui era stata sposata per quasi sessant’anni.

Dire che Parton era una cantante country è corretto e insieme abbastanza riduttivo. Per quasi sessant’anni fu uno dei pochi personaggi dello spettacolo americano riconoscibili praticamente da chiunque: negli stati rurali del Sud come nelle grandi città, tra il pubblico tradizionale del country e quello pop, tra i cristiani evangelici e nella comunità LGBTQ+. Aveva costruito questa popolarità senza nascondere nessuna delle cose che sembravano renderla inadatta al grande pubblico: il marcato accento del Tennessee, l’origine poverissima, una religiosità molto presente e un aspetto talmente artificiale da diventare quasi un costume di scena. A tenere insieme tutto c’erano soprattutto le canzoni. Ne scrisse migliaia e dentro ci mise un pezzo di America che nella cultura popolare nazionale era stato raccontato spesso da fuori, e quasi sempre con condiscendenza.

Parton era nata il 19 gennaio del 1946 a Locust Ridge, sulle Great Smoky Mountains, nel Tennessee orientale. Era la quarta di dodici figli. La famiglia viveva in una piccola casa senza molti dei servizi che già allora erano comuni nel resto degli Stati Uniti e suo padre, Robert Lee Parton, era analfabeta. Dolly cominciò a cantare nella chiesa pentecostale del nonno, poi nelle radio e nelle televisioni locali. Appena finita la scuola, nel 1964, partì per Nashville, che distava meno di quattro ore di macchina ma apparteneva a un mondo completamente diverso. La Country Music Hall of Fame ricorda che a metà degli anni Sessanta era già conosciuta soprattutto come autrice: altri cantanti avevano cominciato a portare nelle classifiche le canzoni che scriveva.

La prima vera notorietà arrivò nel 1967, quando entrò nel Porter Wagoner Show, uno dei programmi televisivi più importanti del country dell’epoca. Wagoner era già una star e Parton inizialmente era presentata soprattutto come la sua partner nei duetti. La collaborazione durò sette anni e funzionò molto bene, ma col tempo diventò anche il primo rapporto professionale dal quale Parton dovette conquistarsi l’indipendenza. Quando decise di lasciare il programma, Wagoner non la prese bene. Lei gli scrisse una canzone per spiegargli che voleva andarsene: I Will Always Love You.

Il titolo ha fatto sì che per decenni fosse ascoltata soprattutto come una canzone d’amore, e nel 1992 la versione di Whitney Houston la trasformò in uno dei singoli più famosi della storia del pop. L’originale parlava invece della fine di un rapporto di lavoro e diceva una cosa piuttosto semplice: ti voglio bene, ti sono grata, ma devo proseguire da sola. Era una delle idee che ricorrevano più spesso nella musica di Parton. Le persone potevano amare la famiglia, il partner o il posto da cui venivano senza doverci rimanere per sempre. Parton raccontò anche di avere scritto I Will Always Love You e Jolene nello stesso giorno. «Una buona giornata di scrittura», disse anni dopo.

Ci fu poi una seconda storia, diventata quasi altrettanto famosa della canzone. Elvis Presley voleva registrare I Will Always Love You, ma il suo manager, Colonel Tom Parker, pretendeva che Parton cedesse metà dei diritti editoriali del pezzo. Lei rifiutò, pur sapendo quanto avrebbe potuto significare avere una propria canzone interpretata da Presley. Continuò quindi a possederne i diritti quando arrivò la versione di Houston. La vicenda è raccontata anche dalla Library of Congress ed è utile perché mostra un aspetto di Parton che il suo personaggio pubblico spesso nascondeva: dietro le parrucche e le battute c’era una musicista molto attenta alla proprietà del proprio lavoro.

Le canzoni dei primi anni Settanta spiegano ancora meglio perché Parton divenne così importante per il country americano. In Coat of Many Colors, del 1971, raccontava di quando sua madre le cucì un cappotto usando pezzi di stoffa diversi perché la famiglia non poteva permettersene uno nuovo. A scuola gli altri bambini la presero in giro. Parton trasformò quell’episodio in una canzone sulla povertà che non cercava di nasconderla e nemmeno di renderla pittoresca. Nel 2011 Coat of Many Colors fu inserita nel National Recording Registry: nel saggio preparato per la Library of Congress, la musicologa Nadine Hubbs osservò che negli anni Sessanta l’Appalachia era diventata per il resto degli Stati Uniti una specie di immagine ufficiale della povertà americana, raccontata dai giornali e dalla politica come un luogo arretrato da osservare dall’esterno. Parton fece una cosa diversa: lasciò parlare chi ci viveva.

Il suo rapporto con quelle origini era meno sentimentale di quanto suggerisse il personaggio della ragazza di campagna rimasta legata alle montagne. Nell’album My Tennessee Mountain Home, del 1973, ricordava l’infanzia con affetto e contemporaneamente spiegava quanto avesse desiderato andarsene. In una canzone intitolata ironicamente In the Good Old Days (When Times Were Bad) diceva che nessuna somma di denaro l’avrebbe convinta a vivere di nuovo nelle condizioni della sua infanzia. Parton aveva fatto quello che il mito americano prescriveva – era uscita dalla povertà grazie al talento e al lavoro – ma senza sostenere che la povertà fosse un’esperienza utile o nobilitante.

Anche le donne delle sue canzoni erano spesso persone che il country dell’epoca faticava a raccontare. Nel 1968, in Just Because I’m a Woman, scrisse del diverso giudizio riservato a uomini e donne per le loro esperienze sessuali. Due anni dopo Down from Dover raccontava una ragazza incinta e non sposata, abbandonata dalla famiglia e dal compagno. Porter Wagoner cercò di convincerla a non pubblicarla; quando uscì, molte radio country si rifiutarono di trasmetterla. Parton non si definì quasi mai femminista e mantenne sempre una certa distanza dai movimenti politici organizzati, ma alcune sue canzoni arrivarono alla radio negli stessi anni in cui il movimento femminista americano discuteva di lavoro, libertà sessuale e indipendenza economica.

Nel 1980 tutto questo diventò molto più esplicito con 9 to 5. Parton recitò insieme a Jane Fonda e Lily Tomlin nell’omonimo film, una commedia su tre impiegate che si ribellano a un capo sessista, e ne scrisse la canzone principale imitando nel ritmo il rumore delle unghie su una macchina da scrivere. Il singolo arrivò contemporaneamente al primo posto delle classifiche country e pop americane e trasformò Parton da grande star di Nashville in celebrità nazionale. Il film parlava di molestie, differenze salariali e precarietà in ufficio con il linguaggio di una commedia commerciale; la canzone riuscì a fare qualcosa di simile in meno di tre minuti.

Il passaggio al pop era cominciato qualche anno prima. Here You Come Again, nel 1977, era arrivata al terzo posto della Billboard Hot 100, mentre l’album omonimo divenne il primo disco di una cantante country a vendere un milione di copie negli Stati Uniti. Da quel momento Parton continuò a muoversi tra mondi che l’industria musicale preferiva mantenere separati: country tradizionale, pop, bluegrass, gospel e poi anche rock. In totale piazzò più di cento canzoni nella classifica country di Billboard, venticinque al primo posto, e ottenne successi nella Top 20 country in sette decenni diversi. Vendette oltre cento milioni di dischi. La Recording Academy le attribuisce 10 Grammy competitivi e 55 candidature, oltre al Lifetime Achievement Award ricevuto nel 2011.

C’era poi il modo in cui si presentava, impossibile da separare dalla sua musica. Capelli biondo platino enormi, ciglia finte, trucco pesante, unghie lunghissime, tacchi e vestiti coperti di strass. Parton raccontò molte volte di essersi ispirata alla donna che nel paese dove era cresciuta veniva considerata «la poco di buono» del posto: da bambina vedeva in quel look l’idea stessa del glamour. Quando produttori e collaboratori le consigliarono di vestirsi in maniera più sobria per essere presa sul serio, fece l’opposto.

In una celebre intervista televisiva del 1977 Barbara Walters le disse, in sostanza, che non aveva bisogno di apparire in quel modo, e le chiese se non temesse di sembrare una barzelletta. Parton rispose che sapeva benissimo che la gente la prendeva in giro e che sapeva altrettanto bene quello che stava facendo. L’intervista oggi è interessante perché mette uno davanti all’altro due modi di intendere rispettabilità e successo: la giornalista sofisticata della televisione nazionale e la cantante che aveva deliberatamente trasformato i codici estetici considerati «volgari» dell’America rurale in un marchio da milioni di dollari. Il fatto che Parton fosse capace di scherzare continuamente sul proprio seno, sulle parrucche e sulla chirurgia estetica rendeva inoltre abbastanza difficile usare quelle stesse cose per sminuirla.

È anche una delle ragioni per cui diventò, abbastanza sorprendentemente per una cantante country cresciuta in una famiglia cristiana del Tennessee, un’icona LGBTQ+. L’estetica esagerata era facilmente leggibile attraverso la cultura drag, ma Parton fece anche dichiarazioni molto concrete a favore delle persone gay e del matrimonio tra persone dello stesso sesso. La sua religiosità rimase centrale e proprio in nome della fede contestò l’idea che spettasse ai cristiani giudicare gli altri.

Definire Parton «apolitica», come spesso è stato fatto, richiede quindi qualche precisazione. Evitò accuratamente di schierarsi con candidati e partiti, e spiegò che tra i suoi fan c’erano sia repubblicani sia democratici. Rifiutò per tre volte la Presidential Medal of Freedom: due offerte arrivarono durante l’amministrazione Trump e una durante quella Biden, anche se nei primi due casi entrarono in gioco la malattia del marito e la pandemia. Allo stesso tempo si espresse sui diritti delle persone LGBTQ+, sul trattamento delle donne e sulla povertà. Più che non avere posizioni, scelse di non trasformarle in appartenenza partitica. In un paese in cui anche la musica country era diventata sempre più identificata politicamente, questo le permise di conservare un pubblico insolitamente trasversale.

Nel 1986 partecipò alla trasformazione di un parco divertimenti vicino a casa sua in Dollywood, che negli anni diventò una delle principali attrazioni turistiche del Tennessee e un importante datore di lavoro della zona. Due anni dopo creò la Dollywood Foundation. Nel 1995 avviò nella sua contea la Imagination Library, ispirata anche dall’analfabetismo del padre: ogni mese il programma spedisce gratuitamente un libro ai bambini dalla nascita ai cinque anni. In trent’anni si è esteso dagli Stati Uniti a Canada, Regno Unito, Australia e Irlanda e ha superato i 300 milioni di libri distribuiti.

Nel 2020 Parton donò inoltre un milione di dollari alla Vanderbilt University per la ricerca sul coronavirus; una parte di quel finanziamento contribuì agli studi che portarono al vaccino Moderna. Anche in questo caso mantenne il suo solito registro: quando arrivò il momento di vaccinarsi pubblicamente, riscrisse Jolene sostituendo il nome con vaccine. Era il modo in cui aveva gestito quasi tutto durante la sua carriera: una cosa seria accompagnata da una battuta, senza che la battuta rendesse la cosa meno seria.

Parton diceva comunque di considerarsi prima di tutto una songwriter. È probabilmente il modo più utile per ricordarla. Il parco divertimenti, i film, i programmi televisivi, le parrucche e perfino la sua fama fuori dal country vennero dopo le canzoni. Ne scrisse circa tremila e alcune sono sopravvissute così bene al contesto in cui nacquero da sembrare appartenute da sempre alla musica americana. Jolene è stata reinterpretata da generazioni di cantanti; I Will Always Love You diventò una delle registrazioni più famose di Whitney Houston; 9 to 5 continua a essere usata ogni volta che qualcuno vuole raccontare un lavoro malpagato e un capo insopportabile.

Quello che Parton portò in quelle canzoni veniva da un posto molto preciso: una casa affollata sulle Smoky Mountains, la chiesa, le donne del paese, i vestiti cuciti perché quelli nuovi costavano troppo, il bisogno di partire e la paura di perdere ciò che si lasciava. La sua carriera coincise con sessant’anni nei quali quell’America cambiò moltissimo e diventò anche più distante dall’industria culturale che aveva contribuito a creare. Dolly Parton riuscì a entrare nel centro di quell’industria senza correggere il proprio accento, senza rendere più discreto il proprio aspetto e, soprattutto, senza smettere di scrivere di quel posto. È una parte importante del motivo per cui negli Stati Uniti era qualcosa di più di una cantante country.

L’articolo Dolly Parton era un pezzo d’America proviene da IlNewyorkese.

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