Kathrine Narducci è un’attrice italoamericana spesso considerata uno dei volti più riconoscibili del cinema legato alla criminalità organizzata: una regina moderna del genere, capace di portare sullo schermo durezza, eleganza e un atteggiamento newyorkese molto riconoscibile. Si è fatta notare per la prima volta con A Bronx Tale ed è poi diventata una presenza memorabile ne I Soprano.
Negli anni ha costruito una carriera capace di muoversi con naturalezza tra grandi racconti criminali e televisione, con ruoli in The Irishman, Godfather of Harlem e Alto Knights. Più di recente è entrata in contatto con una nuova generazione grazie a Euphoria, confermando la sua presenza attraverso epoche diverse del racconto audiovisivo.
Interpreti spesso donne forti e imprevedibili. Quanto di questo viene dall’osservazione e quanto da te?
Direi metà e metà. Vengo da una famiglia di donne molto forti, quindi ho molto a cui attingere. Ma sono anche una sopravvissuta alla mia vita e alla mia infanzia. Crescendo a East Harlem, impari molto presto a sopravvivere: per strada, in città, in tutto. Questo ti forma. Ti rende più forte. E poi c’è questo mestiere: devi sopravvivere anche qui. Ti senti dire “no” mille volte prima di ottenere un “sì”. Serve spina dorsale. Serve pelle dura. La forza che si vede nei personaggi viene da entrambe le cose: dall’osservazione e dall’esperienza vissuta.
Lavorando con registi come Martin Scorsese, quanto l’ambiente sul set influenza la tua interpretazione?
Marty capisce quella cultura: lui è quella cultura. Per me è un fenomeno, una persona a cui tutti guardiamo con ammirazione. Sul suo set tutto è preciso, autentico, al massimo livello. Che si tratti del periodo storico, del luogo o di una cosa semplice come una tavola apparecchiata per cena, è tutto reale. Se siamo seduti lì a mangiare cibo italiano e a conversare, sembra vita vera, perché lui sa esattamente come quel mondo deve apparire e muoversi. Quel livello di dettaglio ti dà tutto, come attore: devi solo entrarci dentro e viverlo.
In storie dominate dagli uomini, vedi i tuoi personaggi come figure esterne o come donne che capiscono meglio di altri il potere?
Io non interpreto la margheritina che appassisce: sono più una rosa con le spine. Quelle donne capiscono il potere. Prendi I Soprano: io ero la voce della ragione. Tenevo testa a Tony. Lo rimettevo al suo posto. Lasciavo che Artie si sentisse il capo, ma in realtà ero io a mandare avanti le cose. È questa l’energia che porto in quei ruoli. Anche in altri film mi confronto alla pari con uomini potenti. Queste donne non sono ai margini: sanno esattamente come funziona il gioco.
Le tue interpretazioni sembrano grezze, quasi documentaristiche. Come arrivi a quella verità senza lavorarci troppo sopra?
Prima di tutto, grazie: è un grande complimento. Ho avuto un insegnante di recitazione, Charlie Kazakakis, che gridava sempre: “Come nella vita, come nella vita: siate fedeli alla vita”. E lavorando con Robert De Niro in A Bronx Tale era la stessa cosa: “Sii te stessa. Sii vera”. Mi è rimasto dentro. Non voglio forzare o andare a cercare qualcosa. Nel momento in cui sento che sta succedendo, mi fermo. Respiro. Ricomincio. Deve venire da qualcosa di reale, altrimenti non ne vale la pena.
Ripensando ad A Bronx Tale, è stato un momento decisivo o solo una tappa del tuo percorso?
È stato decisivo perché ha confermato quello che già sentivo. Mi ponevo sempre quella domanda: sono un’attrice? E poi essere richiamata da De Niro, dopo un open call, mi ha fatto capire che ero esattamente dove dovevo essere. Quel momento ha messo tutto al proprio posto per me.
Hai mai dovuto combattere contro il rischio di essere incasellata in un certo tipo di ruoli, o hai imparato a usarlo a tuo vantaggio?
Entrambe le cose. Ci combatto, certo. Sono membro dell’Actors Studio e lavoro su cose per cui non verrei mai scelta, come Medea. Niente accento newyorkese, niente di quello che la gente si aspetta da me. Lo faccio perché non ho intenzione di chiudermi da sola in una scatola, oltre a quella in cui cercano già di mettermi. Quando gli attori vengono stereotipati, è come dire ad Andy Warhol di dipingere soltanto barattoli di zuppa Campbell per sempre. Certo, avrai una carriera, ma sarà appagante? No. Quindi sì, posso interpretare la moglie del boss, ma non voglio che sia l’unica cosa. Ho bisogno di dimostrare a me stessa che posso fare altro, e l’unico modo per farlo è lavorarci davvero.
Hai lavorato ne I Soprano e ora in Euphoria: due serie HBO che hanno creato icone per generazioni diverse. Che cosa cambia?
È diverso, ma in un certo senso è anche uguale. Entrambe le serie sono riuscite a catturare qualcosa di irripetibile. Il talento è innegabile. Con I Soprano, anche se si parlava di mafia, il cuore della serie era universale: famiglia, disfunzioni, terapia, identità. Le persone si sono riconosciute in quello. Euphoria fa la stessa cosa, solo in un mondo diverso. Parla di giovani, dipendenza, sessualità: cose con cui tutti oggi stanno facendo i conti. Entrambe le serie hanno cuore, empatia e qualcosa di reale al centro. È per questo che funzionano. Le persone si vedono dentro quelle storie, anche se il contesto è diverso.
In termini di slancio e impatto, Euphoria ti sembra diversa da I Soprano?
La differenza è che noi abbiamo messo HBO sulla mappa. Questa è semplicemente la verità. I Soprano ha cambiato tutto. Abbiamo alzato l’asticella, abbiamo fatto pensare la televisione in modo diverso. Dopo, tutti hanno cominciato a spingersi più in là. Quindi serie come Euphoria costruiscono su qualcosa che abbiamo contribuito a creare. Abbiamo posto quelle basi.
Che tipo di ruoli stai ancora cercando oggi?
Mi piacerebbe esplorare più empatia, più umorismo, più il mio lato morbido, senza perdere lo spigolo. Mi piace quell’equilibrio, lo yin e lo yang. È per questo che ho amato il mio ruolo in Euphoria: era dura, ma aveva anche cuore. Si prendeva cura di quei ragazzi, aveva diversi strati. Mi attirano personaggi così: duri e morbidi allo stesso tempo. Meno prevedibili, meno a una sola nota. A meno che non sia qualcosa di davvero speciale… magari di nuovo al fianco di De Niro.
L’articolo Kathrine Narducci: la rosa con le spine proviene da IlNewyorkese.





