All’inizio del Novecento, negli Stati Uniti, viaggiare in treno era il modo più rapido e diffuso per attraversare lunghe distanze, ma anche uno dei più rischiosi. Le ferrovie erano in piena espansione, con migliaia di chilometri di linee che collegavano città industriali, aree agricole e nuovi insediamenti. Era un sistema ancora poco regolato, molto distante dagli standard di sicurezza odierni e basato in larga parte su procedure manuali: i sistemi di segnalazione non erano ancora completamente automatizzati e gran parte del traffico ferroviario si basava su comunicazioni telegrafiche e istruzioni scritte a penna. Errori di coordinamento tra stazioni o macchinisti potevano portare due treni a trovarsi sulla stessa linea senza adeguate distanze di sicurezza. Gli scontri frontali, soprattutto su linee a binario unico – la maggior parte delle linee avevano un unico binario -, erano tra gli incidenti più frequenti. E gli incidenti, in generale, non erano rari.
Uno di questi, avvenuto il 27 novembre del 1901 lungo la linea della Wabash Railroad, tra le località di Seneca e Sand Creek, nel Michigan, coinvolse due treni e causò decine di morti. Ma c’è una ragione per la quale ne parliamo.
Una mappa che mostra le linee ferroviare della Wabash Railroad
Il cosiddetto “wreck on the Wabash” fu uno scontro frontale tra due convogli. Da una parte c’era un treno passeggeri, il Number Four “Continental Limited”, diretto verso Detroit e con a bordo molte persone del ceto medio, prevalentemente americane e divise in vagoni tra prima e seconda classe, in viaggio durante il periodo del Thanksgiving, il Giorno del Ringraziamento. Dall’altra, un convoglio molto più umile, il treno numero 13, composto da un paio di carrozze di prima classe, un vagone più economico e tre carri-bagaglio. Proprio in questi tre vagoni, costruiti in legno, si trovavano circa cento immigrati italiani, sistemati con sedute di fortuna. Il treno numero 13, che tra le cose è anche un numero tradizionalmente associato alla sfortuna nella cultura americana, era partito da New York e viaggiava in direzione opposta a Detroit, verso il Colorado, dove molti degli italiani avrebbero cercato lavoro nelle miniere.
La ricostruzione storica più accreditata racconta che il Continental Limited non rispettò l’ordine di fermarsi alla stazione di Sand Creek e finì sulla stessa tratta occupata dall’altro convoglio: l’ordine era di dare la precedenza al Treno numero 13, che aveva accumulato parecchio ritardo a causa di un motore rotto durante il viaggio. Non è chiaro se l’ordine venne trasmesso tardi o non arrivò al macchinista in tempo prima della ripartenza, oppure se questo non lo riuscì ad interpretare correttamente o lo ignorò.
Particolare della mappa di sopra: è possibile distinguere Detroit, in alto a destra, e, seguendo la linea più spessa verso il margine inferiore sinistro, arrivare fino ad Adrian. L’incidente ferroviario sarebbe avvenuto tra la stazione di Adrian e quella successiva di Sand Creek proseguendo la traiettoria.
In ogni caso, alle 6 e 45 del pomeriggio, l’impatto tra i due treni provocò un incendio violento: i materiali utilizzati per le carrozze, insieme ai sistemi di illuminazione dell’epoca – lampade a gas o lampade a olio, estremamente pericolose -, resero le fiamme difficili da contenere. Molti dei passeggeri italiani rimasero intrappolati all’interno dei vagoni-bagaglio e morirono senza riuscire a uscire.
Gli italiani coinvolti nell’incidente facevano parte della Grande emigrazione italiana, ovvero quel vasto fenomeno migratorio tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento che spinse milioni di italiani a lasciare le aree rurali del Paese, soprattutto del Sud Italia, per trasferirsi oltreoceano. Molti di loro si spostavano all’interno del territorio americano per raggiungere lavori stagionali o industriali, spesso organizzati attraverso reti sommerse di reclutamente. I viaggi avvenivano in condizioni precarie, con costi molto contenuti ma standard di sicurezza di molto inferiori rispetto a quelli dei passeggeri più abbienti.
Dopo l’incidente, i soccorsi furono organizzati dagli abitanti delle zone vicine, principalmente provenienti dalla più abitata città di Adrian, con alcune case delle vicine Seneca e Sand Creek trasformate in ospedali di fortuna, ma per molti dei passeggeri non ci fu possibilità di salvezza. I corpi degli italiani vennero recuperati solo dopo l’estinzione dell’incendio e sepolti rapidamente in una fossa comune: le ricostruzioni dell’epoca parlano di pochi grandi contenitori – circa 5 bare – dove vennero accatastati insieme i cadaveri.
Una foto dell’incidente fornita dalla Keene Public Library and the Historical Society of Cheshire County, firmata Keene N.H. | Via Picryl.com
In diversi casi non fu possibile identificare i corpi degli immigrati italiani, sia per le condizioni dei resti che vennero portati via dopo l’incendio, sia per la mancanza di documenti o contatti sul posto; anche per questo il conteggio delle vittime non è accurato: alcune fonti parlano di circa 75-80 vittime, mentre la versione ufficiale della compagnia ferroviaria ne cita solo 23, tutti con biglietti di prima e seconda classe. In un’epoca in cui le informazioni non viaggiavano con la stessa velocità e precisione di oggi, era interesse delle aziende ferroviarie cercare di mitigare quanto più possibile le conseguenze degli incidenti sui binari. Ciò non toglie, comunque, che si trattò di uno dei più gravi disastri ferroviari della storia del Michigan.
Della fossa comune, nel tempo, si persero le tracce, e anche dell’incidente ferroviario non si parlò per molto, derubricandolo ad una storia locale a conoscenza solo dei pochi abitanti della zona di Seneca e della città di Adrian. Del resto, all’epoca era frequente che i lavoratori immigrati, privi di legami familiari negli Stati Uniti, venissero sepolti senza identificazione e senza un rito di sepoltura adeguato, e se nessuno ne reclama i corpi per anni è ancor più difficile che qualcuno ne ricordi l’avvenimento. E così fu: per gran parte del Novecento, la storia del disastro rimase limitata a studi locali e a ricostruzioni di storici della zona.
Per anni, una delle principali fonti sul disastro è stato il libro Wreck of the Wabash (2001) della storica locale Laurie C. Dickens, che ricostruiva l’incidente ma si concludeva con un punto irrisolto: il destino dei resti degli immigrati italiani. Le ceneri, scriveva Dickens, erano state trasferite in un luogo non specificato e ai sacerdoti era stato impedito di celebrare riti funebri. E di quel luogo non si seppe più nulla fino al 2016, grazie al lavoro di Kyle Griffith.
Kyle Griffith è un insegnante e amministratore scolastico, docente presso l’Adrian College, una scuola privata che conta poco meno di 2.000 studenti. Da anni Griffith raccontava l’episodio ai propri studenti, ma davanti alle domande più specifiche non aveva risposta. Così ha deciso di avviare una ricerca per individuare con precisione il luogo di sepoltura delle vittime, collaborando con l’allora sindaco di Adrian, Jim Berryman, e con il personale del cimitero locale, l’Oakwood Cemetery. Dopo mesi di verifiche su registri e mappe storiche, vennero individuate alcune porzioni di terreno senza lapidi, risalenti ai primi anni del Novecento, compatibili per posizione e dimensione con l’area in cui sarebbero state sepolte le cinque bare utilizzate per raccogliere i resti delle vittime.
La scoperta ha permesso di localizzare con buona probabilità il luogo della sepoltura, ma non ha risolto tutte le incertezze, come ci ha raccontato lo stesso professore Griffith: «Sebbene si stimi ampiamente che più di 100 immigrati italiani siano morti nell’incidente, il numero esatto non è mai stato confermato in modo definitivo. Tra le storie più significative legate alla tragedia c’è quella di un unico sopravvissuto, un neonato poi conosciuto come “Baby Wabash”. In un gesto disperato, la madre ruppe il finestrino del treno mentre le fiamme avvolgevano la carrozza e lanciò il bambino verso la salvezza, dove fu soccorso da una famiglia del posto».
A partire da quel momento, la città di Adrian ha avviato un percorso di riconoscimento dell’incidente e delle vittime, coinvolgendo istituzioni locali, discendenti e comunità italo-americana. Il processo ha portato alla realizzazione di un memoriale all’interno del cimitero, firmato dall’artista italiano Sergio DeGusti, e a una cerimonia ufficiale che ha incluso, per la prima volta, anche un rito religioso. «Questo momento di ricomposizione e memoria – dice Griffith – rappresenta un segnale chiaro: non è mai troppo tardi per fare ciò che è giusto».
L’articolo La storia del disastro della Wabash e dei migranti italiani dimenticati proviene da IlNewyorkese.





