Ricominciare (e innamorarsi) a trent’anni

Per anni Federico Mioni ha lavorato tra università e formazione manageriale, osservando da vicino come stanno cambiando il lavoro, le competenze e le aspettative delle nuove generazioni. Dopo una carriera ai vertici di Federmanager Academy e del CIS – Scuola per la Gestione d’Impresa, e dopo il pensionamento nel 2024, ha scelto di portare questi temi dentro un romanzo. Il rumore del primo passo (Corsiero Editore) è il suo esordio nella narrativa, ma nasce da un terreno che conosce bene: quello delle trasformazioni del lavoro e delle inquietudini che attraversano chi oggi si affaccia alla vita adulta.

Il protagonista è un trentenne romano che, nel giro di pochi giorni, perde lavoro e relazione e decide di trasferirsi a Correggio, in Emilia. Da lì si apre una storia che tiene insieme più piani: il passaggio da una grande città a una provincia produttiva e organizzata, una nuova esperienza lavorativa segnata anche dall’impatto dell’intelligenza artificiale, e una dinamica sentimentale che si complica fino a sfiorare toni più oscuri. Attorno a questo nucleo si muove un racconto più ampio, fatto di storie locali, relazioni e ambienti che restituiscono un’idea di società ancora viva, mentresullo sfondo resta Roma, osservata con affetto e disincanto.

Partirei subito entrando nel vivo del romanzo. Già in apertura, il protagonista racconta di esser stato licenziato a causa dell’intelligenza artificiale: è un espediente narrativo o si tratta di una paura concreta nel mondo del lavoro di oggi?

Direi entrambe le cose. Volevo partire da un fatto reale, ma è un fatto che riguarda una generazione – e non solo una generazione. Sono convinto che l’intelligenza artificiale sia un grande motore di innovazione e di utilità per le imprese. Però, se non viene governata e se non si preparano milioni di persone – anche solo restando al caso italiano – a gestire questo enorme meccanismo, rischiamo uno scenario fuori controllo: può esserci un impatto occupazionale molto forte, e non necessariamente positivo. Quindi sì all’intelligenza artificiale, ma nella logica della “augmentation”, cioè dell’aumentazione – una parola un po’ cacofonica, ma rende l’idea. Parliamo della possibilità che la tecnologia faccia crescere le capacità di elaborazione delle persone. Così come si parla di operai aumentati, oggi si parla anche di manager aumentati, che utilizzano l’intelligenza artificiale. Il protagonista del libro viene da un’azienda in cui non si è capito che, con una formazione preliminare, le persone possono non solo evitare il licenziamento, ma diventare anche più produttive. A lui è andata male perché, a mio avviso, in molte aziende italiane questa consapevolezza ancora non c’è. E quindi ci saranno molte “vittime” dell’intelligenza artificiale (e lo dico non avendo alcun sentimento neoluddista o idee del genere). Il problema è che, se non viene governata, l’intelligenza artificiale avrà un impatto occupazionale negativo: questo è il punto.

È più per una miopia dei lavoratori o delle aziende il fatto che si decida di sostituire qualcuno con l’intelligenza artificiale? Perché ciò da un lato può essere interpretato come una scarsa volontà di usare questi strumenti, quindi meno competenze da poter dimostrare; dall’altro lato, però, si parla spesso dell’intelligenza artificiale come di uno strumento ancora oggi abbastanza limitato, soprattutto se confrontato con ciò che può offrire un essere umano particolarmente preparato. Il rischio, semmai, è che ci si impigrisca affidandosi troppo all’intelligenza artificiale. Qual è il trade off?

Il trade-off sta nel capire che i sistemi esperti – anche in inglese si chiamano expert system – siamo sempre noi. La fonte autorevole dell’informazione, che poi diventa conoscenza e quindi sapere, resta umana. Su una cosa l’intelligenza artificiale è imbattibile: nel gestire informazioni. Ma l’informazione non diventa conoscenza, e non diventa sapere qualificato, finché non c’è un filtro umano che la riordina. L’altro tema centrale è quello della cultura del dubbio. La macchina non ce l’ha: ragiona, alla fine, secondo una logica binaria. Gli esseri umani invece hanno questo grande e prezioso dono. Il dubbio è ciò che ci porta a chiederci se una cosa sia davvero giusta così, se sia davvero corretta o se vada interpretata diversamente. È uno sforzo in più – ma è proprio quello sforzo che continuerà a segnare la distanza tra uomo e macchina. Per quanto riguarda imprese e lavoratori italiani, c’è un diffuso sentimento di paura che andrebbe superato. Vale per chi svolge lavori manuali, anche molto semplici e assolutamente dignitosi, ma pure per ruoli apicali e manageriali. Molte aziende fanno finta di non vedere il problema e pensano di poter andare avanti ancora tre o quattro anni così. Ma tre o quattro anni non sono un tempo che possiamo permetterci. Se si guardano i dati più recenti, nel 2025 negli Stati Uniti la produttività per ora lavorata è già aumentata del 2%, con previsioni tra il 2,8% e il 3% nei prossimi anni. Nell’area euro, invece, nello stesso periodo l’aumento è stato inferiore all’1%. Questo dà la misura concreta di cosa significa, oggi, utilizzare – o non utilizzare – l’intelligenza artificiale.

Nel libro il lavoro non è solo uno sfondo, ma una vera forza che plasma identità e scelte: pensa che oggi il lavoro definisca ancora chi siamo, o che invece stia diventando qualcosa di più transitorio? Si parla sempre più di burnout, di diritto alla disconnessione, di separare il lavoro dalla vita e di riappropriarsi dei propri spazi. Siamo ancora il nostro lavoro, o invece siamo persone che lavorano e poi, nella vita, fanno altro?

Potrei dirla con una battuta: negli anni in cui è cresciuta la mia generazione, il lavoro rappresentava il 70-80% della nostra identità. Era qualcosa di talmente stabile e pervasivo da definirci. Il profilo professionale e quello personale erano molto vicini, quasi sovrapposti, e il lavoro era decisamente preponderante. Oggi, invece, siamo più su un equilibrio che non va oltre il 50 e 50. C’è una visione più fluida del lavoro e l’identità passa anche attraverso altre esperienze. Basta guardare alle analisi sulla generazione Y e, ancora di più, sulla generazione Z: il rapporto con il lavoro è diverso. La continuità e la stabilità economica non sono più gli assi centrali; contano molto di più la ricerca di un’identità, di una crescita, di un percorso. Questo significa che oggi il rapporto si è riequilibrato a favore della dimensione personale: affettiva, amicale, sportiva, di volontariato, culturale, musicale. Ai nostri tempi, invece, fare il ragioniere, l’operaio o l’insegnante significava occupare il 70-80% dello spazio simbolico della propria identità. Oggi siamo sempre più persone che lavorano, ma che non si esauriscono nel lavoro.

Come mai è cambiato questo rapporto con il lavoro? Cos’è cambiato in noi rispetto al lavoro?

Ai miei studenti la spiego così: sino alla fine degli anni ‘70 e ai primi anni ‘80, per gran parte degli italiani il lavoro era un’autostrada. Un percorso lungo, lineare, omogeneo. Si faceva spesso lo stesso lavoro per tutta la vita – magari cambiando luogo, ma non ruolo. Si restava operai, insegnanti, impiegati, per decenni. L’autostrada aveva una sola uscita: la pensione. Oggi non è più così, perché siamo costretti a uscire continuamente da quell’autostrada, per fare percorsi alternativi. E a cosa servono? A ricaricarci di competenze, a sviluppare sempre più skill. Siamo dentro una knowledge economy – o addirittura una knowledge society – e questo significa che non basta più essere aggiornati: bisogna essere capaci di riconvertire la propria identità professionale. Bisogna cercare competenze anche fuori dal lavoro in senso stretto: fare esperienze diverse, frequentare master nel weekend, imparare una lingua come il cinese mandarino o il tedesco con corsi serali, prendersi un anno sabbatico. Poi si rientra nell’autostrada, ma questa non ha più una sola uscita: è un continuo entrare e uscire. Ed è così che si tutela il proprio lavoro, perché oggi non lo si difende più soltanto con ciò che già sappiamo fare, ma con la capacità di evolverci continuamente.

Il libro è attraversato da una forma di ansia molto lucida, sicuramente generazionale vista l’età del protagonista, che ha poco più di trent’anni. Sappiamo che oggi è una sensazione molto diffusa, ma è qualcosa di diverso rispetto alle ansie della vostra generazione?

L’ansia di questa generazione è palpabile, e i giovani ne hanno tutte le ragioni. Sono motivi che vengono indicati spesso e che tutti conoscono. Io ho voluto deliberatamente parlare di ansia attraverso il protagonista per rappresentare quella fascia tra i 20 e i 30 anni – lui ha 32 anni – e a un certo punto utilizzo anche la metafora della favola di Esopo, La volpe e l’uva. Solo che nel romanzo si parla di uva in vigneti sempre più poveri, sempre più ridotti, perché stiamo lasciando ai giovani un welfare che sarà sicuramente più limitato. E bisogna capire se sarà ancora qualcosa che si potrà davvero chiamare welfare. C’è un’ansia generazionale che nasce da una somma di fattori: il riscaldamento globale, le guerre, le pandemie, la riduzione del welfare, una finanza sempre più aggressiva, l’intelligenza artificiale, una tecnologia “selvaggia” – così come si parla di finanza selvaggia – e il ritorno delle autocrazie sotto forme ibride. Pensiamo all’Ungheria di Viktor Orbán, alla Turchia di Erdoğan, o anche all’America di Trump, che si comporta sempre più come una figura autocratica. Tutto questo contribuisce a generare un livello di ansia molto alto. La nostra generazione, almeno per quanto mi riguarda, non ha vissuto qualcosa di simile. C’era ancora l’idea del futuro come una scala mobile che portava verso l’alto, verso una crescita continua. Oggi quella scala mobile sembra essersi fermata – e in alcuni casi sembra addirittura scendere. È questo il motivo per cui l’ansia delle nuove generazioni è qualcosa di cui noi adulti dovremmo farci carico. Io l’ho fatto anche per esperienza diretta: da una decina d’anni insegno nei master universitari – allo IULM, a Pisa, alla Università Cattolica, e ho collaborato anche con un campus a Roma. Ho parlato con molti giovani, trentenni soprattutto, e percepito questa ansia, ma soprattutto ho percepito una convinzione nuova: che il futuro non sarà migliore, ma peggiore, rispetto a quello della generazione precedente. Noi avevamo la possibilità di andare oltre ciò che avevano avuto i nostri genitori. Oggi questa percezione non c’è più. Anzi, molti giovani temono di fare passi indietro, anche significativi.

Quanto è stato complicato immedesimarsi e creare un personaggio che ha la metà dei suoi anni? E su cosa l’ha basato: possono essere state queste esperienze all’università, oppure c’è qualcuno – o più di uno – su cui ha caratterizzato il personaggio?

Non ho preso riferimenti precisi. Volevo raccontare una generazione diversa senza cadere in un discorso autobiografico, e per questo ho messo più di trent’anni di distanza fra me e il protagonista. Ho anche costruito un contesto lontano dal mio: io sono nato a Modena e cresciuto a Correggio, mentre il protagonista è un giovane ingegnere romano – quanto di più distante ci sia dalla mia formazione, che è umanistica. Mi sono laureato in giurisprudenza e in scienze politiche, e ho fatto un dottorato in filosofia: un mondo completamente diverso. Ho cercato quindi di prendere le distanze, anche sul piano sociale e culturale. Volevo provare a far parlare un trentenne, non proprio “pariolino”, ma comunque un ragazzo cresciuto in un contesto benestante di Roma. E metterlo in relazione con altre persone giovani di una cittadina come Correggio. Mi sono ispirato al modo di ragionare dei miei figli, che hanno poco più di trent’anni, e a quello degli studenti che ho avuto negli ultimi otto-nove anni nelle università in cui ho insegnato. Ho cercato, insomma, di ragionare come un trentenne. Quanto questo sia riuscito davvero, lo può dire solo il lettore.

Torniamo sulla relazione di cui parlavamo prima. Il romanzo si apre con una storia già finita: il protagonista parla di Giulia come di una relazione che si è esaurita senza un evento traumatico, e tuttavia per una distanza che ha creato un vuoto. È un amore meno idealizzato, qualcuno direbbe più vicino alle dinamiche di oggi. Ma esiste davvero una differenza tra le relazioni di 30, 40, 50 anni fa e quelle di oggi? E, se sì, qual è?

Nel libro parlo spesso di musica, un po’ per piacere personale – suono la chitarra e il piano – e questo mi porta a riflettere su cosa cantavamo noi da giovani e su cosa si canta oggi. Ho fatto leggere il libro anche a Enrico Ruggeri, con cui ho avuto modo di collaborare negli anni, non come musicista – non lo sono mai stato – ma come formatore. Nel romanzo lo cito per una canzone a cui sono molto legato: Certe donne. È un brano degli anni ‘90, ma secondo me rappresenta una sorta di cerniera tra due modi diversi di vivere le relazioni: quello della nostra generazione – diciamo intorno ai sessant’anni, più o meno – e quello dei ragazzi di oggi. Certe donne dà una misura di ciò che può essere un amore maturo, di quello che si può chiedere davvero a una relazione. Non voglio citarne le parole, perché sarebbe quasi un furto, ma non è un caso che l’abbia inserita nel romanzo. Il protagonista, che è romano, viene corteggiato (parola d’altri tempi) da due ragazze di Correggio. Ed è proprio lì che si vede questa differenza: la figura femminile che “vince” sull’altra lo fa perché incarna una visione più vicina a quella suggerita da Certe donne. Non è un amore idealizzato, ma qualcosa di più consapevole, più solido, forse anche più esigente.

Roma è descritta come una “bulimia di cose belle”, in contrapposizione con un’Emilia che appare più ordinata, più funzionale. È una contrapposizione che implica anche una presa di posizione su come si vive oggi l’Italia? Qual è la differenza – e cosa è meglio – tra una Roma metropolitana e un’Emilia più provinciale ma anche più organizzata?

Io questo libro l’ho scritto anche per un senso di gratitudine, che provo sia per Correggio, dove ho vissuto i primi trent’anni della mia vita e dove torno spesso, sia per Roma, dove ho lavorato per quasi quattordici anni. Amo entrambe queste dimensioni, quindi non c’è una vera contrapposizione, ma piuttosto un riconoscere ciò che mi hanno dato. Roma è davvero una bulimia di cose belle: ce ne sono troppe perché possano essere gustate con calma, fino in fondo. Ha i limiti che conosciamo, ma resta qualcosa di unico al mondo. Non è la città più bella del mondo: è superiore a tutte, è fuori classifica. È una dimensione dello spirito – come ho scritto nel libro – e non necessariamente in senso confessionale. Non si tratta solo della presenza della Chiesa di Cristo: è qualcosa di più universale. Entrare a Roma significa entrare in una dimensione dello spirito, e per questo io le sono grato. Correggio, invece, è una realtà straordinaria per altri motivi. La definisco un “astuccio di cose belle”, ma anche di cose utili. Ha un tessuto industriale molto competitivo, e più in generale l’Emilia-Romagna è stata, negli ultimi anni, una delle due regioni con la crescita più significativa in termini di reddito pro capite, export e produttività, così come ha una campagna curata come un giardino. Il sistema industriale non ha solo eccellenze note, ma un insieme di imprese competitive e di qualità. Vuol dire investimenti sui giovani, sull’innovazione, sulla tecnologia – penso, per esempio, alla Data Valley di Bologna. Ma soprattutto, per me, l’Emilia-Romagna è un luogo in cui la qualità della vita è tra le più alte in assoluto. C’è un equilibrio raro: si può lavorare ad alto livello, la pubblica amministrazione funziona, i servizi – pubblici e privati – sono efficienti. E allo stesso tempo c’è un grande patrimonio di cultura, eventi, musica, sport, cucina. Poi c’è la qualità delle persone, e ho cercato di raccontare anche questo: un modo di stare insieme molto diretto, molto emiliano, fatto di relazioni semplici ma profonde e solidali. È qualcosa che mi ha formato, e a cui resto molto legato.

Nel romanzo c’è il paragone tra uno scorcio di Roma e quello di San Francisco, con le salite e quell’effetto un po’ da Fata Morgana tipico della città americana. Che ruolo ha l’immaginario americano nel modo in cui guardiamo le nostre città?

L’America è sempre stata un riferimento per il nostro immaginario collettivo del futuro. In tutta Europa si è pensato a lungo che le tendenze negli Stati Uniti avrebbero preso piede in un domani in Germania, in Francia, in Italia. L’Inghilterra, semmai, era vista come un punto di congiunzione, un po’ più avanti degli altri paesi europei. L’America è stata per decenni una proiezione del futuro prossimo, e in quello scorcio ho visto come un affacciarsi sul futuro. Nel libro lo racconto con un’immagine molto concreta: quella salita che parte da Piazza Bologna, la zona in cui ho vissuto e lavorato, che sembra un balcone. In quei cinquanta metri lungo via Lorenzo il Magnifico, la mattina presto verso le sette, c’è un momento particolare, quasi sospeso, in cui Roma sembra ancora “in ordine”. In quella luce mi tornava in mente San Francisco, dove sono stato due volte accompagnando delegazioni di manager e imprenditori. C’è una somiglianza visiva, quasi una suggestione: le salite, la prospettiva, quell’effetto un po’ irreale. Roma è magica, San Francisco è magica. L’accostamento nasce da lì, ed è anche un modo per rendere omaggio a Roma. Poi, se devo dirla senza esitazioni: Roma ha dieci volte quello che ha San Francisco.

Mi vorrei soffermare ancora di più su queste differenze. L’America — anche attraverso Hollywood e il suo immaginario — ha influenzato profondamente il modo in cui abbiamo immaginato le nostre città e persino le nostre vite. Abbiamo a lungo pensato a un modello americano fatto di maggiore ricchezza, tecnologia, velocità. Ma è davvero così desiderabile, o alla fine la lentezza europea resta preferibile?

Io parto da un dato personale: ho amato molto l’America. Le ho dedicato anni di studio, cinque o sei molto intensi, poi diventati quasi dieci. Ho vinto due premi per giovani storici americanisti. Ho studiato il pensiero di Thomas Jefferson, alla University of Virginia, a Princeton University, ho lavorato a Boston e sono stato visiting professor a Chicago. Se devo scegliere due città simbolo, penso proprio a New York e a Chicago. Sono città che nascono sull’acqua e che hanno avuto un’esplosione di vitalismo impressionante. È come se tutta l’energia dell’Europa emigrata lì avesse trovato uno sfogo, dando vita a qualcosa di completamente nuovo: Manhattan, e Michigan Avenue e altri grandi strade o grattacieli a Chicago. La città dell’Illinois nasce da una palude – il nome deriva da una parola di origine nativa che significa “palude di cipolle selvatiche”. Eppure, da lì è nata una città straordinaria. Me l’ha fatta amare molto anche un caro amico, l’avvocato Charles Bernardini, di origini emiliane. Suo nonno emigrò negli Stati Uniti e morì nella tragedia di Cherry, una miniera dell’Illinois dove nel 1909 morirono 259 persone, una sorta di “Marcinelle americana”. Nonostante questo, Bernardini ha sempre mantenuto un legame fortissimo con l’Italia: i suoi figli, nati in America, li ha voluti battezzare qui. Sono storie che raccontano bene cosa sia stata l’America: un luogo in cui si sono intrecciate radici, traumi, possibilità. Anche New York è impressionante. Pensare che da un territorio in gran parte paludoso sia nata Manhattan è qualcosa che ha del miracoloso. Se Roma è una bulimia di cose belle, New York è una bulimia di cose grandi. Grandi e, in parte, anche selvagge. Basta pensare al modo in cui è cresciuta, alla velocità, alla durezza. C’è una frase famosa – “l’America è nata sulle strade” – che restituisce bene questa idea, e ciò vale soprattutto per Manhattan. Per questo, al di là dell’immaginario costruito dal cinema e dalla cultura popolare, l’America è stata davvero un modello potente. Ma è un modello che nasce da condizioni storiche, sociali e culturali molto diverse dalle nostre. Ed è proprio in questa distanza che si capisce perché, ancora oggi, il confronto con l’Europa non si risolva mai in una semplice imitazione.

Uno dei suoi riferimenti va a La Via Emilia e il West, che è un verso di una canzone di Guccini, Piccola Città, in cui si parla di Modena ed è citata nel libro. Io ho trovato un piccolo trafiletto che Guccini inserì all’interno del book che accompagnava quel disco, e diceva così:
La Via Emilia tagliava Modena in due; la strada dove abitavo, da una parte, si incrociava con essa. Dall’altra parte c’erano già gli ampi campi della periferia. Erano un po’ il nostro “West” domestico: bastava fare due passi, o attraversare una strada, e c’erano già indiani e cow-boys, cavalli e frecce; c’era, insomma, l’Avventura, tradotta in “padano” dai film e dai fumetti. Poi la Via Emilia continuò a tagliare Modena in due, ma il West aveva un volto diverso, e il “mito americano”, quello di tante generazioni oltre alla mia, parlava una lingua diversa, quella del rock, delle copertine dei dischi, della faccia di James Dean in Gioventù bruciata, dei libri che altri appena prima di noi avevano scoperto e tradotto in italiano. Ma i due riferimenti esistevano sempre, un piede di qua e uno di là, il sogno (meglio, l’utopia) e la realtà…”. Piccola città è un brano del 1972 e quindi sono passati tanti anni: è cambiato il West – che era già cambiato in realtà più di mezzo secolo prima; ma è cambiata anche l’Emilia. In meglio o in peggio? Era meglio un’Emilia affiancata al West o è meglio l’Emilia di oggi?

No, è meglio l’Emilia-Romagna di oggi, perché, a mio avviso, è una delle 25-30 regioni più importanti al mondo. Ed è sempre stata considerata tra le prime 10-12 regioni guida d’Europa per sviluppo, ricerca e tecnologia, insieme alla Lombardia. Se pensiamo che l’Unione Europea conta oltre duecento regioni, il fatto che l’Emilia-Romagna sia stabilmente in quel gruppo di testa dice molto. Ma non è solo una questione economica: è anche una regione con una forte identità culturale e una grande apertura. Bologna, per esempio, ha risorse culturali straordinarie. E lo stesso vale per altri ambiti, come la moda o il sistema produttivo diffuso. Quindi sì, meglio l’Emilia-Romagna di oggi. Anche perché oggi non è più solo un territorio da raccontare attraverso metafore – come quella del “West domestico” – ma una realtà che ha trovato una propria centralità, autonoma, riconosciuta. Purtroppo, gli Stati Uniti stanno vivendo una stagione che potremmo definire una “notte della democrazia”. Allo stesso tempo, però, proprio negli ultimi mesi sono emersi segnali molto forti di resistenza democratica. Per questo l’Europa – nella sua parte migliore – continua a guardare agli Stati Uniti. E lo stesso vale per l’Emilia-Romagna, che guarda a quella parte dell’America che, ne sono convinto, riuscirà a riportare al centro valori come libertà, diritti, accettazione delle diversità e tolleranza. Credo che questa sia un’evoluzione destinata, prima o poi, ad affermarsi.

C’è qualcosa di New York che porterebbe nella sua Emilia-Romagna e qualcosa della sua Emilia-Romagna che porterebbe a New York?

È una domanda bella ma anche molto difficile, perché costringe a scegliere fra tante cose. Porterei una copia di cose uniche al mondo, come il Duomo di Modena e la Ghirlandina, ma anche le prove di una coscienza civile avanzatissima, come qualcosa della straordinaria sanità pubblica dell’Emilia-Romagna, o una delle Case della Carità presenti a Reggio Emilia e in altre diocesi. D’altra parte, se devo scegliere una cosa sola di New York che porterei nella mia regione, per farla vedere in tutt’Italia, non ho dubbi: Ellis Island [l’isolotto su cui venivano fatti sbarcare e tenuti in quarantena i migranti dall’Europa e da altri Paesi, n.d.r.]. È un luogo impressionante, e la prima volta che ci sono stato ne sono rimasto colpito. È un museo che tutti i miei concittadini dovrebbero vedere, per ricordare i milioni di italiani che hanno fatto quella vita durissima, e coloro che oggi la fanno venendo da noi, con la speranza di essere accolti.  

La diaspora italiana di allora per capire il mondo di oggi?

La diaspora italiana è stata uno dei simboli per farci capire la diaspora del mondo di oggi. Bisogna ragionare in termini ampi: a Ellis Island si vedono i poveri resti di persone da decine di nazioni, storie diverse, tutte accomunate da dolore e speranza di un secolo e mezzo fa. Italiani, certo, ma anche irlandesi, polacchi, e molti altri. Ellis Island è, in un certo senso, la sede del dolore migrante del mondo che ne ha precedute cento altre: un dolore che però non si è esaurito lì, perché è stato ed è trasformato, spesso, in riscatto. Il dolore è qualcosa che si percepisce in ogni stanza, in ogni oggetto, nelle storie delle famiglie, nei bambini arrivati e spesso separati dai genitori. Eppure, proprio da lì, moltissime persone sono riuscite a costruire una vita nuova, approdando a Manhattan e trovando una possibilità. È un tempio del dolore, ma anche – e soprattutto – un tempio della speranza, che ci spinge a superare le tante Ellis Island di oggi, che sono anche in Italia.

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